Il maresciallo che divenne il partigiano Ennio

In questo libro di Paolo Pillitteri s’intrecciano motivi d’ispirazione che sono tra loro molto diversi, ma che insieme aiutano a ricreare una stagione storica remota eppure attualissima.
C’è il filone degli affetti familiari e personali. Attingendo a ricordi e documenti, Pillitteri va in qualche modo alla ricerca del padre, il maresciallo maggiore dei carabinieri Armando Nazzareno Pillitteri, che nel marzo del 1944 chiuse a chiave il portone della caserma di Colico e insieme ai suoi uomini prese la via della montagna e della resistenza ai nazifascisti: nella quale si batte con un nome di battaglia, Ennio. Da molti anni il maresciallo che era arrivato al Nord dalla nativa Sicilia ma che trovò in Valtellina nuove e forti radici, se n’è andato. \
C’è poi il filone patriottico - e animato da una sua sommessa epica - che riguarda la lotta contro gli occupanti nazifascisti e contro chi a loro si era associato nell’oppressione d’una comunità - quella valtellinese - che era ancora prevalentemente contadina e che del mondo contadino aveva le virtù antiche: la sobrietà, la capacità di lavoro, lo spirito di sacrificio, il senso della collettività, l’attaccamento ai valori tradizionali, una forte fede religiosa. \ Il movimento partigiano sarebbe stato condannato \ ad una rapida estinzione se non l’avesse sorretto, alimentato, incoraggiato la solidarietà concreta di chi non aveva interessi da difendere e ambizioni da soddisfare: aveva solo la consapevolezza di mettersi, appoggiando anche con gravi rischi i partigiani, dalla parte giusta. \ Nell’affresco di Pillitteri, popolato dall’umanità valtellinese che era un campione virtuoso della più vasta umanità nazionale, spiccano figure ed episodi eroici, e si delinea una coralità di abnegazione e di amore. Amore per la Patria comune, amore per la propria terra, la piccola patria dei genitori, dei nonni, degli avi, e soprattutto dei figli.
C’è infine, ed è importante, un filone politico, appartenente - in forma esplicita o implicita - a polemiche che tutt’ora arroventano l’Italia. Il maresciallo Armando Nazzareno Pillitteri dei reali carabinieri fu, per usare un termine semplificatore, un partigiano «bianco». Se vogliamo, un monarchico badogliano. Fu partigiano bianco nella Valtellina bianca, che non aveva mai avuto scorrerie squadriste paragonabili alle molte di altre regioni, che al regime s’era consegnata senza entusiasmi. La sorte volle che il Duce trovasse la fine proprio mentre correva \ verso l’inesistente ridotto valtellinese, e che a quella corsa verso la morte, e a ciò che ne seguì, siano collegati sia certi obbrobri (come piazzale Loreto) sia certi foschi misteri (come le uccisioni di Neri e della Gianna).
Ma la Valtellina, e in particolare quella di montagna, più appartata, era allergica agli eccessi. Ne fu contagiata quando nelle formazioni partigiane la presenza comunista divenne rilevante, e in alcune dominante. I comunisti portarono nell’azione partigiana doti indubbie di coraggio, di determinazione, di organizzazione. L’autore lo riconosce senza esitazioni o riserve. Ma vi portarono anche una impronta settaria e spietata che a tipi come il maresciallo Pillitteri non potevano andare a genio.
Possiamo osservare retrospettivamente - a costo d’essere tacciati di revisionismo bieco - che molti partigiani comunisti potevano e possono essere definiti con pieno diritto combattenti - e valorosi - contro i nazifascisti, ma non combattenti per la libertà: perché nei loro propositi e nelle loro speranze non era la vera libertà ma la sostituzione d’un regime dittatoriale con un altro regime dittatoriale, forgiato sul truce modello staliniano. Non accadde in Valtellina ciò che accadde a Porzus, dove i partigiani «rossi» fecero strage di partigiani bianchi. Ma il Nicola del racconto di Pillitteri è un personaggio inquietante: che inquieta infatti Pillitteri padre, e ne resta traccia, pur diplomaticamente ammorbidita, nella relazione da lui scritta e dal figlio ritrovata.
Questo libro, nutrito di reminiscenze infantili e di meditazioni adulte, è una grande testimonianza d’affetto: per il padre, per i combattenti che volevano la libertà, per la Valtellina.