A MARKETTE L’EPOPEA DELLE TV LOCALI

Carmelo Bene, tra un'insonnia e l'altra, non poteva evitare di farsi letteralmente rapire dallo spettacolo delle televendite, dal gran circo ruffiano degli imbonitori, da tutta quella pletora di saltimbanchi straordinari che pullulavano la vita diurna e notturna delle tivù locali, poco prima che quel disordinato e fascinoso flusso di personaggi, maschere e programmi più o meno improvvisati venisse in gran parte incanalato e sgrezzato nella struttura organizzata della tivù commerciale. L'aneddoto, raccontato dal giornalista Giancarlo Dotto intervistato nella puntata di metà settimana di Markette (La 7, ore 23,30) rientrava in una divertente chiacchierata sul ruolo giocato dalle tivù locali nella storia della nostra televisione, prendendo spunto dal libro scritto dallo stesso Dotto assieme a Sandro Piccinini (Il mucchio selvaggio) in cui vengono riportate alla memoria le tappe salienti di un'era televisiva che ha aperto la strada alla rottura del monopolio della «televisione unica» rappresentata per almeno due decenni dalla Rai. Mentre Chiambretti faceva scorrere sul teleschermo alcuni momenti topici di questa epopea, tra cui non poteva mancare Guido Angeli con la sua indimenticata televendita dei mobili Aiazzone, non si poteva fare a meno di pensare alla quantità di maschere sfornate dalle tivù locali, in misura indubbiamente maggiore di quanto abbia saputo fare il nostro teatro - comico o drammatico che fosse - nello stesso periodo di comparazione. Maschere autenticamente popolari, nelle quali la tipica caratteristica italiana dell'arte di arrangiarsi ha trovato forme di espressione davvero pirotecniche. La storia delle tivù locali e dei suoi personaggi è anche quella di un'epoca in cui - come ha ricordato Gianni Boncompagni collegato in esterna - si rompeva per la prima volta l'ingessatura e il rigore anche formale della tivù tradizionale, liberando una serie di energie e di desideri a lungo repressi, con tutte le controindicazioni proprie di ogni improvvisa liberalizzazione. Curioso notare come negli ultimi anni le tivù locali stiano riprendendo forza e vigore (ammesso e non concesso che le avessero davvero perse) e che si stiano rivelando come un argine (una sorta di devolution televisiva radicata su base ragionale) contro l'omologazione indistinta dell'offerta televisiva. Magari alcuni di questi canali vanno sul satellite agganciandosi alle moderne opportunità tecnologiche, come Napoli Mia, Sardegna Uno, Tele Capri, ma restano saldamente ancorate alla tradizione culturale del proprio territorio. In ogni caso, la storia della nostra televisione non potrà mai prescindere dalla consapevolezza di quanto essa sia stata influenzata, nel bene e nel male, dalla nascita e dal radicamento delle tivù locali.