Marramao: "Poca scienza, quindi niente futuro"

Il filosofo interviene nel dibattito sullo stato della cultura
italiana: "Sacrifichiamo il sapere tecnico e perdiamo il primato in
quello umanistico. La colpa? Divisa a metà fra politici e intellettuali"

Giacomo Marramao - già allievo di Eugenio Garin, studioso del marxismo e fra i principali riscopritori del pensiero di Carl Schmitt - è un pensatore della «sinistra critica», per nulla tenero nei confronti della maggioranza di governo e tantomeno assolutorio verso la classe dirigente dei partiti di centrosinistra ai quali comunque continua a guardare. Anche per età - 62 anni - ha il «privilegio» di aver vissuto dall’interno le politiche culturali dell’una e dell’altra parte.

Professor Marramao, qualcuno accusa la cultura francese di essere malata, senza ambizione, provinciale, immobile. Il guaio è che qualcun altro sostiene che da noi è la stessa cosa.
«Senza eccedere in estremismi, credo ci sia del vero. Occorrono degli Stati generali della Cultura per iniziare a distinguere le eccellenze, che pure esistono e ci fanno ben figurare sulla scena internazionale, dalle sacche di inadeguatezza e arretratezza che infestano tutti i campi del sapere».

Esempi?
«Nel primo caso ricercatori e scienziati di primissima qualità, nell’ambito della biologia e della fisica ad esempio; ma anche della filosofia: ci sono pensatori italiani, da Vattimo ad Agamben, tradotti in diverse lingue e invitati a insegnare dalle maggiori università del mondo. Nel secondo caso invece gli esempi non si contano: siamo molto indietro, a partire dall’ambito tecnico-scientifico».

Pochissime eccellenze, troppe emergenze.
«È il nostro grande problema: una forbice molto larga tra i “picchi” e le “depressioni”. Un sistema culturale funziona ed è in grado di favorire la ricerca in tutti i campi se viene mantenuto un livello medio che tende verso l’alto. Che da noi manca. Gli Stati Uniti, per esempio, possono contare su standard medi garantiti».

La cosa che da noi funziona meno?
«Per un verso, è gravissimo che l’Italia, Paese umanistico per eccellenza, non punti come dovrebbe sugli studi classici. Oggi gli studi seri sui classici greci e latini, dal punto di vista filologico e critico, si devono cercare in Germania o negli Usa. Per altro verso, manca una adeguata crescita in campo scientifico. La matematica è la più sacrificata. Ma se non produciamo bravi matematici non saremo mai competitivi su tutti gli altri terreni. Se pensiamo come è cresciuto il sapere matematico e tecnico-scientifico in India, ci rendiamo conto di quanto siamo rimasti indietro».

E l’università?
«Come sopra. C’è una forbice larghissima fra alcune sedi straordinarie e tutte le altre, completamente inadeguate. Io sono solidale con la protesta giovanile, ma non si può negare l’assurda proliferazione di sedi universitarie, non funzionali sia dal punto di vista economico - con i ben noti sprechi -, sia da quello pratico, perché poi non si producono laureati all’altezza. La riforma deve puntare a una riduzione progressiva di queste sedi unitili. Attenti però: questo non vuol dire che ha ragione il governo quando dice che bisogna tagliare i corsi di laurea con pochi studenti. Ad esempio, gli insegnamenti di alcune lingue rare sono importantissimi per sprovincializzare il nostro sapere e la stessa università. Bisogna tenerli, anche se li seguono in pochi».

Pubblichiamo 70mila titoli l’anno e meno della metà degli italiani ne legge almeno uno.
«E se poi mi serve un classico della letteratura italiana rinascimentale faccio fatica a trovarlo in una libreria di una città anche medio-grande... E non parliamo della scienza o della filosofia... Però impazzano bestseller e saggistica di bassa qualità. Il guaio è che nessun governo, né di destra né di sinistra ha saputo promuovere efficaci iniziative per far crescere la lettura. Se confrontiamo i dati di vendita di oggi con quelli di 20-30 anni fa, per i libri come per i giornali, il crollo è impressionante. E, come è noto, il rapporto fra il tasso di lettura di un Paese e la sua crescita economica e democratica è strettissimo».

Le colpe?
«Dei politici, di qualsiasi colore, che non hanno mai investito seriamente nella cultura né promosso le necessarie innovazioni, soprattutto in campo scientifico, nelle università e nei centri di ricerca. Tutti gli ultimi governi hanno violato l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Dobbiamo imparare che oggi la cultura, anche quella che appare più astratta, cioè il sapere matematico o quello storico o filosofico, è la massima forza produttiva che esiste. Se non siamo in grado di formare individui capaci di adattarsi a un mondo che cambia velocemente anche la nostra economia non sarà competitiva».

Altri colpevoli?
«La tv ha svolto un ruolo fondamentale nella creazione di una lingua e di una cultura di base condivisa, quindi non voglio demonizzarla. Il guaio è che negli ultimi vent’anni, da mezzo di comunicazione privilegiato è diventato l’unico. In Italia più che altrove la tv ha inghiottito tutto il resto: così non si legge, non si studia, non si va a teatro... ».

E gli intellettuali, che fanno?
«Da sempre si ritengono un ceto separato, a metà fra la corporazione e la casta sacerdotale, senza alcun legame con il senso comune diffuso. Peggiorando così la situazione di stallo culturale. L’ultimo che ha riflettuto sul rapporto fra lavoro intellettuale e mentalità collettiva degli italiani è stato Pasolini. Oggi cultura di massa e cultura d’élite non solo non si parlano, perché hanno due lingue diverse, ma non si guardano nemmeno».

Che cosa bisogna fare?
«Gli intellettuali devono imparare a mettersi in rapporto con l’esperienza vissuta, cioè parlare anche la lingua della musica o dei romanzi “giovanilistici”. E i politici devono imparare ad ascoltare di più gli intellettuali sensibili, quelli che meglio conoscono il mondo delle nuove generazioni, per non essere colti di sorpresa e per non fare l’errore di non investire nella materia prima di cui abbonda l’Italia: l’intelligenza».