Martin Creed l’artista che spegne le luci

«Il mio lavoro è fatto per il 50 per cento da ciò che faccio io e per il 50 per cento da ciò che gli altri ne fanno», dichiara Martin Creed. La Fondazione Trussardi, proseguendo nel suo progetto di far incontrare artisti contemporanei con la città di Milano, ha organizzato una mostra di Creed all’Arengario (curata da Massimiliano Gioni).
L’artista britannico (nato nel 1968 a Wakefield in Scozia) è uno dei più interessanti delle ultime generazioni. Nel 2001 gli è stato attribuito il Turner Prize per Work 227 (Creed identifica le opere con un numero, ma appone anche una descrizione), in questo caso The lights going on and off, una stanza vuota in cui luce e buio si alternano con indifferenza: niente viene aggiunto allo spazio, ma ad intervalli di cinque secondi la sala si illumina o cade nell’oscurità.
«È bello spegnere le luci», dice l’artista. Creed lavora infatti su variazioni minime dell’esperienza quotidiana, innocue metamorfosi di ambienti domestici attraverso interventi ridotti all’essenziale, piccoli spostamenti della sensibilità. Le sue opere si situano nel sottile interstizio tra qualcosa e niente: una pallottola di carta, minimi lavori su fogli extra strong, una protuberanza bianca dal muro bianco, una porta fermata a trenta gradi, una pila di quadratini, un mobile che ostruisce parzialmente una porta, i metronomi che scandiscono ritmi diversi, piccole scritte e disegni, un frammento di partitura, un foglio di carta strappato. Small Things, come recita una scritta su una parete dell’Arengario. Il lavoro di Creed richiede situazioni preesistenti alterate da elementi di disturbo, come nel caso dei due oggetti cromati mimetizzati come sale e pepe sulla tavola del bar o come addobbi natalizi. Senza preoccuparsi se anche la sua musica possa essere considerata un’opera, Creed continua a suonare con il gruppo degli Owada come ha fatto per l'inaugurazione della sua prima grande personale in Italia, I Like Things.
Si tratta di un’arte che nasce dal quotidiano, le opere di Creed appaiono semplici e immediate: «Fare qualunque cosa, andare in un negozio o camminare, è una piccola creazione. Qualunque cosa fai è una creazione. Ho cercato di fare con i miei lavori qualcosa di più diretto, senza pensare». Il grande spazio dell’Arengario è percorso da persone che si affaticano a correre: «Spesso le persone vedono i quadri molto lentamente e pensano, mentre magari può esser bello vedere le opere molto velocemente».
Anche all’Arengario le luci vanno e vengono. Un esempio di minimalismo radicale: un mutamento assoluto determinato dal più semplice ed elementare dei gesti. Le luci si accendono e si spengono secondo un ritmo quasi musicale. La musica presente nell’opera di Creed in diversi oggetti (metronomi, campane...) è qui incarnata in un pianoforte che non produce melodia, ma un rumore secco attraverso il colpo della chiusura. Sulla facciata del Palazzo dell’Arengario campeggia la scritta Everything is Going to Be Alright, affermazione del pensare positivo, ma anche messaggio ironico sul consumismo, nonché ricordo delle insegne luminose degli anni del boom economico. Spesso nell’opera di Creed appaiono frasi bifide, armi a doppio taglio, segno dell’ambiguità costitutiva del linguaggio. «L’arte è qualcosa che succede tra le persone e le cose».