Martiri Abramiti

Attorno alla prima metà del VI secolo il monaco Abramo fondò un monastero a Costantinopoli, presso la cosiddetta Porta d'Oro. L’abate Abramo fu in seguito chiamato a ricoprire la carica di metropolita di Efeso e i suoi monaci furono appellati col suo nome. Quando nell’impero bizantino deflagrò la questione dell’iconoclastia, questi monaci rimasero fedeli alla dottrina ortodossa. Il culto delle immagini sacre cominciò ad essere messo in discussione in Oriente per via della sempre più stretta vicinanza con l’islam. Con gli altri avversari storici di Bisanzio la questione religiosa non era mai stata in primo piano (i persiani, per esempio, perseguitavano i cristiani non in quanto tali ma perché sospetti di collusione col nemico bizantino). Ma, con gli arabi, sì. La cosa si tramutò in una vera e propria eresia con tanto di caccia alle icone. Gli imperatori, che a quel tempo ritenevano di avere il diritto di dirimere le dispute religiose, per un certo periodo sposarono la causa iconoclasta, perseguendo con i rigori di legge i sostenitori del contrario. Al tempo dell’imperatore Teofilo, che governò dall’829 all’842, una delegazione di monaci Abramiti si recò alla corte per perorare la causa dell’ortodossia latina. Di fronte allo stesso imperatore dimostrarono la liceità del culto delle immagini tramite l'autorità dei Padri e l'esistenza di icone «acheropite», cioè non fatte da mano umana. Per tutta risposta Teofilo fece rinchiudere gli Abramiti in un monastero sul Bosforo, dove vennero trucidati a colpi di bastone. I loro corpi, rimasti intatti, furono sepolti dai fedeli.