Massenzio, le insegne imperiali restaurate

Gli scettri furono sotterrati da un pretoriano il 28 ottobre del 312 d.C. dopo la sconfitta di Ponte Milvio

È la sera del 28 ottobre del 312 d.C.: un pretoriano di Massenzio ha assistito alla disfatta del suo imperatore, presso ponte Milvio; raccoglie in fretta e furia le insegne imperiali, le infila in una borsa di cuoio e le nasconde in una fossa scavata sotto le rovine di una terrazza della Domus Aurea, vicino al Colosseo. Deve sbrigarsi, prima che i vittoriosi legionari di Costantino possano utilizzare quelle lance per appiccarvi la testa dell’usurpatore.
Questa potrebbe essere stata, con ogni probabilità, l’ultima scena vissuta da quegli oggetti, prima che 17 secoli, di oscurità e oblìo, li ricoprissero. Da quel momento, il Cristianesimo può uscire dalle catacombe, libero di svilupparsi pubblicamente sotto la protezione di Costantino, che viene trionfalmente acclamato unico imperatore d’Occidente.
Nell’estate del 2006, durante uno scavo condotto dall’Università La Sapienza, riemergono improvvisamente, sotto le vanghette degli studenti, quattro misteriosi globi iridescenti e sei pezzi di ferro corrosi dalla ruggine. Sono le «insigna imperii» di Massenzio.
Figlio del diarca Massimiano, Massenzio si autoproclamò imperatore alla morte di Costanzo Cloro e governò l’Italia e l’Africa dal 306 al 312. Si definiva «conservator urbis suae», promuovendo a Roma un’intensa attività edilizia, con la villa sull’Appia, il tempio di Venere e la basilica che porta il suo nome. Restaurate e consolidate, le insegne imperiali (unici ritrovamenti del genere) sono oggi stabilmente esposte al Museo Romano di Palazzo Massimo, in un piccolo ma curatissimo allestimento che ne ricostruisce la morfologia e l’utilizzo cerimoniale, grazie al confronto con bassorilievi antichi, dittici in avorio e monete. Le insegne erano personali per ogni imperatore, venivano impiegate da lui e dal suo seguito durante le cerimonie pubbliche e militari; alla sua morte, solitamente, venivano bruciate insieme al corpo. Nel caso di Massenzio questo non accadde. Un errore tattico gli fu fatale, quello di affrontare l’esercito di Costantino con le spalle al Tevere, tanto che nel disordine della fuga, egli stesso annegò nel fiume. Il suo corpo fu decapitato e la testa esposta per le strade di Roma, per dimostrare la sconfitta del tiranno.
Fin dall’età classica, la lancia era simbolo di sovranità; quelle ritrovate erano esclusivamente da parata, in quanto realizzate con ferro tenero. Gli appositi ganci di cui sono provviste, servivano a reggere i colorati stendardi dell’imperatore di cui sono rimaste - incredibilmente - alcune tracce di seta e lino. L’azione biocida dei prodotti di corrosione del metallo ha infatti evitato la degenerazione delle stoffe e ha anche consentito l’esame al Carbonio 14, per la datazione dei reperti. I tre scettri sono di diverso tipo: un’asta conica che recava in cima una palla di calcedonio, (quarzo azzurrognolo proveniente dall’India) simboleggiava l’orbe terracqueo dominato da Roma. Su di essa, probabilmente, si innestavano gli artigli di un’aquila d'oro. Un altro doveva essere costituito da un manico di legno tornito con agli estremi due globi di vetro verde e dorato, che dovevano gettare sul volto dell’imperatore riflessi luminescenti di maestà sovrannaturale. Il terzo, poco presente nelle fonti iconografiche, è un piccolo manico di oricalco (una lega d’ottone simile all’oro, di esclusiva produzione delle officine imperiali) da cui partono alcuni lunghi petali che racchiudono una sfera di vetro verde scuro. Furono le ultime insegne a essere forgiate secondo l’antica tradizione. «In hoc signo vinces»: dopo la vittoria di Costantino, le insegne imperiali saranno sormontate dalla croce di Cristo.