Massimo

Nato in Palestina verso il 580, fu avviato allo studio delle Scritture. In Africa qui prese subito posizione contro l’eresia che voleva in Cristo presente solo la volontà divina. La posizione corretta parlava di due volontà, quella divina e quella umana, talvolta in contrasto (come testimoniava il tormento di Gesù nel Getsemani), contrasto che l’uomo è chiamato a risolvere felicemente adeguandosi al volere di Dio: nell’adesione al progetto che Dio ha su di lui l’uomo trova la sua pienezza e realizzazione. Massimo, poi detto il Confessore, fu chiamato a Roma, dove nel 649 prese parte al concilio indetto in Laterano dal papa Martino I. L’imperatore, però, aveva proibito di discutere la questione delle «due volontà» perché foriera di disordini tra le opposte fazioni. Il concilio condannò l’eresia e l’imperatore fece arrestare il papa. Martino I venne tradotto a Costantinopoli e processato. Dapprima condannato a morte, fu poi esiliato in Crimea. Qui, già malato, morì nel 655. Massimo il Confessore continuò imperterrito a sostenere la posizione ortodossa e nel 662 toccò a lui finire arrestato insieme a due suoi discepoli. Aveva già ottantadue anni ma a Costantinopoli venne sottoposto a un lungo processo. La condanna consistette nel taglio della lingua e della mano destra (la parola e lo scritto). Il santo fu infine esiliato nella Colchide, sul Mar Nero, dove morì in pochi mesi. Aveva scritto diverse importanti opere, tra le quali la Mistagoghia e la Disputa con Pirro, con cui il santo convinse il patriarca di Costantinopoli del suo errore.