La matrice terrorista non è sciita

Gianni Baget Bozzo

La manifestazione romana de Il Foglio ha costituito una importante testimonianza del vincolo di tutta la rappresentanza politica del nostro popolo nei confronti dell'esistenza dello Stato di Israele, cioè della validità del sionismo. Il movimento laico, pensato all'interno dell'emersione europea della nazione, il sionismo, è divenuto gradualmente un fenomeno spirituale, teologico e religioso cioè l'affermazione del nesso di Israele con la sua terra. Ciò ha messo la Bibbia ebraica con i piedi letteralmente sulla terra, tutte le parole contenute in quello che i cristiani chiamano Antico Testamento sono divenute attuali. La storia dell'esodo dall'Egitto a Canaan e da Babilonia a Gerusalemme, le parole della legge e dei profeti, sono divenute attualità. Pensato sul modello di Mazzini o del socialismo utopico, il sionismo è diventato qualcosa come la realizzazione della Bibbia ebraica, la sua insperata attuazione e ciò non per un evento escatologico come la comparsa del Messia, ma come una realizzazione di una storia già scritta nel libro sacro della Scrittura e che ora da essa emergeva per diventare forza umana e storica. La mistica ebraica aveva concepito l'esilio di Israele come l'esilio di Dio della creazione, l'Israele sionista ha realizzato il ritorno dall'esilio come una realtà storico politica, ma carica di un significato assoluto e religioso nelle forme apparentemente laiche.
Che questo ponga problemi alle altre tradizioni nate dalla Bibbia ebraica, il Cristianesimo e l'islamismo, è un fatto ben evidente. La Chiesa cattolica si è ben guardata dal vedere nel sionismo un significato teologico e dal riconoscere un diritto di Israele alla sua terra biblica. Per l'Islam, la cosa è ancora più complessa perché Gerusalemme, e proprio il suo tempio distrutto, è il luogo in cui Maometto giunse «a sette tiri d'arco da Dio». Anche l'Islam, come l'ebraismo e diversamente dal Cristianesimo, ha il senso di appartenenza della terra al corpo religioso e politico d'Islam e quindi una accettazione di principio del sionismo è incompatibile con la teologia islamica.
Nel valutare le dichiarazioni anti israeliane del presidente iraniano, occorre valutare il loro senso: si tratta di una affermazione di principio, non destinata a produrre immediate conseguenze politiche o ha un significato immediatamente operativo? È ben chiaro che esiste una questione islamico-ebraica di Gerusalemme che è diversa dalla questione arabo-palestinese che noi conosciamo. Dal punto di vista del diritto islamico a Gerusalemme, lo Stato palestinese non significa nulla.
Il nuovo governo iraniano intende tornare alla stretta ortodossia delle sue origini rivoluzionarie, vuole legittimarsi a quella dottrina di Khomeini, da cui ha ripreso il giudizio sulla illegittimità del sionismo. Se questo è vero, le affermazioni del presidente sono essenzialmente una operazione di politica interna, tendente a legittimare la propria realtà di governo con i fondamenti della rivoluzione khomeinista, che assume l'ortodossia islamica come guida e non può quindi riconoscere religiosamente lo Stato d'Israele. È stata dunque importante la decisione presa dal presidente del Consiglio Berlusconi di escludere la partecipazione dei ministri alla manifestazione de Il Foglio e soprattutto quella del ministro degli Esteri. Il regime iraniano usa l'ortodossia islamica come legittimazione ma ha creato una distinzione tra lo Stato e la dottrina, distinguendo attentamente le decisioni politiche da quelle religiose. Pratica la stessa distinzione tra ideologia e politica propria a suo tempo dei regimi comunisti. Inoltre è ferocemente opposto alla tradizione sunnita che sta alla base del terrorismo internazionale islamico. Non ci sono sciiti tra i terroristi islamici. Il problema del potere nucleare iraniano è la questione più delicata ma questa richiede una complessa trattativa internazionale con il governo di Teheran. La situazione irachena esclude di fatto posizioni di rottura con il governo iraniano, l'America è troppo impegnata in Irak e l'Europa è troppo disarmata in Medioriente per pensare che ci sia altra via, tra l'Occidente e l'Iran che quella diplomatica.
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