Matteucci: La giustizia sociale? Una trappola contro l'individuo

Il filosofo racconta la nascita dello Stato e il declino della libertà dovuto al welfare

Ritorna in libreria un classico di Nicola Matteucci, Lo Stato moderno. Lessico e percorsi, (Il Mulino). Matteucci, nato a Bologna nel 1926 e morto nella stessa città nel 2006, è stato uno dei maggiori studiosi italiani di filosofia politica. Per alcuni decenni ha insegnato Storia delle dottrine politiche e Filosofia morale nell’Ateneo bolognese, dando alla luce molte opere, saggi e articoli. Nel 1951 figura tra i fondatori della associazione di cultura «Il Mulino». Insieme a Norberto Bobbio e a Gianfranco Pasquino ha curato, nel 1976, il celebre Dizionario di politica, ancora oggi uno strumento indispensabile.

Collaboratore fin dalla fondazione (1974) de il Giornale, ha rappresentato una delle voci più coraggiose della cultura italiana. Fu infatti un punto di riferimento fondamentale del liberalismo italiano negli anni in cui la vocazione egemonica e totalitaria del marxismo aveva cercato di ridurre il pensiero liberale ad una nicchia culturale di stampo retro. Matteucci risulta tra i pochi pensatori che non si arresero all’imperante conformismo ideologico.
Ne Lo Stato moderno Matteucci riunisce alcune voci fondamentali dedicate ai concetti cardine della politica. L’opera è divisa in due parti: nella prima sono definite le idee chiave che attengono allo Stato: sovranità, contrattualismo, costituzionalismo, opinione pubblica, corporativismo; nella seconda viene analizzata, in senso filosofico e teorico, la struttura argomentativa che le sorregge: uguaglianza, contrattualismo, società civile. Lo scopo è quello di offrire una spiegazione del processo di formazione dello Stato moderno, delineando, allo stesso tempo, i punti essenziali della scienza politica.

Il problema decisivo per dar conto della nascita e dello sviluppo dello Stato va senz'altro individuato nella complessa dialettica tra forza e diritto, e dunque fra potere e legge. Lo studioso liberale sottolinea la storicità dello Stato: esso esso è una forma storicamente determinata di organizzazione del dominio politico, essendo, precisamente, una creazione tipica dell’Europa e, pertanto, dell’intero Occidente. Il carattere moderno dello Stato si riscontra nella sua diversità rispetto alla Polis greca, alla Res pubblica romana e a tutte le forme politiche che hanno innervato il sistema feudale. Nato nel Cinquecento, coincide con l’emergere dell’assolutismo e del concetto di sovranità, concepiti quali strumenti indispensabili per l’affermazione del comando statale e delle sue decisioni. Lo sviluppo storico dello Stato vede nel corso del tempo lo svolgersi conflittuale fra le ragioni dello Stato stesso e quelle dell’individuo, fra la dimensione privata e la dimensione pubblica. Soprattutto nell’Ottocento appare con forza la cosiddetta separazione borghese fra la società civile e la società politica, che riconosce l’esistenza di uno spazio autonomo, dove la codificazione del diritto privato è finalizzata alla libertà economica e sociale del singolo, intenzionato a chiedere la certezza e la stabilità dell’ordinamento giuridico per l’esplicazione dei propri affari.

Questo configurazione statuale borghese comincia entrare in crisi con l’affermarsi, nel corso del Novecento, del Welfare State perché, mentre lo Stato di diritto si limitava ad essere poco più di un arbitro che faceva rispettare le regole, il Welfare State si propone un fine specifico, la giustizia sociale. Nasce così l’idea di Stato etico, che perde molti dei precedenti caratteri liberali e che assume varie forme: non solo, per l’appunto, quella di Stato sociale, ma anche quella di Stato totalitario - comunista o fascista, poco importa - nel quale il partito unico pervade ogni momento dell’esistenza personale, inglobando la società civile nella società politica. Naturalmente Matteucci è ben lungi dall'equiparare lo Stato sociale ai regimi totalitari; si limita a constatare l’oggettivo affievolirsi dell’ethos liberale e del suo connaturato individualismo. Con lo Stato etico, infatti, finisce l’ordinamento giuridico liberale, che con la sua burocrazia legale garantiva la certezza amministrativa del diritto e, soprattutto, la libertà per i singoli individui. È questo uno degli effetti dell’inevitabile processo di democratizzazione a cui la civiltà liberale è sottoposta per l’avanzare del protagonismo popolare. La massificazione della società, infatti, ha come contraccolpo il potenziamento dello Stato e la sua ulteriore invadenza.

Il contributo fondamentale di Matteucci alla filosofia politica italiana è stato quello di aver valorizzato al massimo il costituzionalismo, inteso come limite irrevocabile della sovranità, compresa quella popolare. Matteucci, cioè, ha sottolineato i pericoli mortali che la civiltà liberale può correre qualora non si ponga freno alla vocazione assolutistica del potere, qualunque esso sia. Di qui la necessità di dividerlo e, ancor più, di limitarlo, secondo le indicazioni proprie del costituzionalismo di matrice angloamericana, che dichiara la necessità di un patto contrattualistico antecedente alla costituzione stessa in grado di postulare la possibilità di sue eventuali revisioni. Sebbene fosse lontano da un accoglimento acritico e completo del diritto naturale, inteso come guida etica sufficiente per la convivenza fra gli esseri umani, lo studioso liberale fu sempre avverso al positivismo giuridico (sostenuto allora da Norberto Bobbio), per il quale deve vigere la distinzione tra politica e diritto. Nel positivismo giuridico egli vide, con grande lucidità, una possibile deriva autoritaria, data l’affermazione che lo Stato è la fonte autentica ed esaustiva del diritto.