Mattone, se il sogno diventa un incubo

Alessia Marani

Doveva essere un acquisto «agevolato». Case costruite su un piano di zona comunale, su un terreno ceduto in convenzione dal Campidoglio alle coop perché vi costruissero in base alla legge 167, ossia rispettando i parametri per la realizzazione di alloggi economico-popolari, usufruendo persino di un mutuo ad hoc erogato con finanziamenti statali dal ministero dei Lavori pubblici. Insomma, un vero affare per oltre 130 famiglie che a partire dalla seconda metà degli anni ’90 decisero di far parte della cooperativa «San Paolo V Auto» che aveva ottenuto dal Comune la concessione a realizzare due palazzine da 76 e 60 appartamenti ciascuna su via Volpe e via Gallian, a Tor Vergata. Eppure per 14 degli ormai ex soci, l’acquisto della casa dei sogni s’è presto trasformato in incubo.
Una vicenda giudiziaria approdata già nel febbraio 2003 in Procura (dove s’è conclusa con un nulla di fatto) e attualmente in esame alla Corte dei Conti. E che mette in luce stranezze e discrasie di uno strumento (quello dell’edilizia agevolata) che invece di facilitare le cose, spesso finisce per renderle complicate. I 14 di Tor Vergata combattono la propria battaglia fin dal dicembre 2000, quando si vedono recapitare, a mezzo lettera, il «costo finale dell’alloggio» con intimazione a pagare ulteriori «somme residue». «Cifre aumentate rispetto al prezzo pattuito nell’atto di prenotazione dell’appartamento a luglio, stipulato secondo il prezzo massimo di cessione degli alloggi concordato col Comune - spiega Alessandro Egizi, in causa per un tricamere da 78 metri quadrati - fino a più di 20 milioni di lire. L’aumento, totalmente inatteso, non riguardò solamente noi, ma anche gli altri soci. La maggior parte, però, preferì tacere terrorizzata all’idea di essere estromessa dalla cooperativa e di perdere la casa per sempre». Per i soli 14 bastian contrari il «surplus» calcolato si aggira attorno agli 800 milioni di lire. «Chiediamo spiegazioni al collegio sindacale e a tutti gli organi competenti - continua Egizi -. Ci diciamo pronti a pagare non appena qualcuno giustifichi il rincaro. Ma niente, solo risposte evasive e nulla di ufficiale. C’è chi si limita a definirle spese per “migliorie”». Partono le prime diffide al sindaco e al IX dipartimento per le Politiche di attuazione degli strumenti urbanistici. Intanto, i 14 vengono ostracizzati come morosi. Alla prima missiva circa il «possibile mancato rispetto dei prezzi massimi di cessione», il capo dipartimento Marcello Andreangeli risponde diffidando a sua volta la coop a rispettare il prezzo massimo stabilito nella convenzione, ossia 1.870.000 lire al metro quadro rispetto ai 2.052.853 riscontrati al maggio 2002. Precisando che «l’amministrazione non esiterà ad applicare le sanzioni previste», inviando l’atto anche all’Avvocatura dello Stato. Ma, colpo di scena dopo pochi mesi, nel novembre 2002, l’ingegnere cambia idea e stabilisce: «I criteri per la determinazione del prezzo massimo degli alloggi si applicano solo alle imprese e non alle cooperative che non hanno scopo di lucro ma già perseguono l’interesse dei soci». Ed ecco il punto. «Non solo a chi ha formalizzato l’atto e il rogito d’acquisto è stato fatto firmare che il contratto aveva efficacia in virtù dei parametri e del prezzo concordati nella convenzione, conditio sine qua non - conclude Egizi - ma ancora non è stato spiegato a che cosa sia dovuta la lieviatazione dei prezzi. Senza contare che nel computo complessivo dell’alloggio i box sono stati calcolati a parte mentre il loro costo doveva essere compreso. Se per il mio appartamento dai 217 milioni iniziali ne sono stati chiesti alla fine ben 248, cos’è la differenza se non “lucro”».