Maurice Godelier: "Ma quali intellettuali... Erano marxisti infantili, ora sono carla-brunisti"

Nato nel 1934, di Maurice Godelier - arrivato in Italia per presentare il suo Al fondamento delle società umane. Ciò che ci insegna l'antropologia (Jaca Book, pagg. 224, euro 28) e per incontrare il pubblico questa mattina all’università milanese della Bicocca - si può dire che «c’era» durante l’ultima grande stagione della cultura francese: lo strutturalismo.

In quegli anni, tra Parigi e la costa bretone, in geometriche e un po’ orgiastiche ville di campagna à la Robbe-Grillet, si radunavano a cena intellettuali come Merleau-Ponty, Bataille, Caillois, Blanchot. Poi tornavano tutti nei caffè e nelle caves ad ascoltare Brassens e Léo Ferré, oppure Lacan e Sartre - «i contemporanei alternati» come li definì Michel Foucault - dissentire forse per finta l’uno dall’altro.
Fu in questo clima che, nel 1955, Claude Lévi Strauss pubblicò Tristi tropici, oggi nella collezione della Pléiade più per meriti letterari che scientifici. Fin dal celebre incipit («Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni») questo saggio lanciò la moda accademica dell’antropologia, una disciplina che si guadagnò poi un enorme successo proponendosi come «la scienza umana» par excellence, quella che pareva poter inglobare, se non proprio spiegare, tutto o quasi.

Maurice Godelier di Lévi Strauss fu assistente, come di Fernand Braudel, e visse appieno quell’epoca cerebrale e prepotente, lucida e irresponsabile. Almeno fino a quando l’antropologia, all’inizio degli anni Novanta, non diede segni di inattesa fragilità.
«Parlerei piuttosto - ci dice Godelier - di una profonda quanto necessaria crisi: vi ho dedicato il capitolo iniziale del mio libro (a cui Jaca Book farà seguire, a maggio, Comunità, cultura, società, ndr). Per decenni l’antropologia ha fecondato molte discipline: storici come Jacques Le Goff o Georges Duby, per esempio, hanno preso così tanto da essa che possiamo parlare di un’antropologia storica».

Poi che accadde?

«Due cose. La lenta ma definitiva uscita di scena degli imperi coloniali - che si protrasse fino alla guerra di Algeria e del Vietnam - compromise quegli spazi innanzitutto geografici di cui l’antropologia ha bisogno. A ciò possiamo aggiungere la caduta del muro di Berlino, che in qualche modo, com’è stato detto, ha segnato la fine della storia, o meglio della prospettiva storica racchiusa nell’orizzonte comunista, dando il via al postmoderno».

La seconda causa?
«La vulgata marxista, soprattutto quella spacciata da Althusser. Il germe dell’attuale crisi dell’antropologia è racchiuso proprio lì. Negli anni Cinquanta c’erano due ambiti teorici forti: strutturalismo e marxismo. All’interno del primo tutto era “sistema”, tutto era “struttura”, mitologia, parentela. Il soggetto scompariva. Ma se per necessità teorica tu elimini l’attore concreto delle vicende umane, non ti rimane granché. Tutto diventa deduttivo, dogmatico. La situazione peggiorò con l’arrivo del marxismo per neonati di Althusser, che contaminò tantissimi intellettuali di quegli anni, che all’epoca, con l’eccezione di Raymond Aron, erano tutti di sinistra: nacque così una storia e una filosofia marxista con Étienne Balibar, una matematica marxista con Alain Badiou, per non parlare della letteratura. Fu una catastrofe culturale, Althusser. Un po’ come certi intellettuali parigini di oggi, pure suoi eredi: tutti sarkozysti. Meglio, carla-brunisti».

E così si decompose «l’umanista itinerante», come Lévi Strauss definiva l’antropologo.
«Sì, ma occorre dire che già Lévi Strauss era un uomo pessimista e ci mise del suo in questo processo. Se era un umanista, era un umanista senza cuore, mosso dalla nostalgia intellettuale per alcune società che stavano scomparendo. Da razionalista - diceva sempre che avrebbe voluto vivere nella Francia del Settecento, nell’Illuminismo - riuscì a togliere emozione, passione e soggettività dall’antropologia, pur lanciandone la moda».

Per quali vie l’antropologia si riprenderà da questa crisi?

«Oggi abbiamo la fortuna di poter studiare le strutture sociali dopo aver analizzato l’individuo. Questo dovrebbe permetterci di smantellare il feticismo della struttura e anche il narcisismo del soggetto. La crisi del capitalismo ha portato alla luce alcune strutture che andrebbero indagate senza feticismo. Di contro, la storia è abbandonata: prendiamo sciiti e sunniti. Si dicono tali, fedeli a questa o a quella corrente religiosa di cui però non conoscono la storia. Vivono la religione come una verità esistenziale, e non come una religione. Il vero problema con l’Islam sarà questo. Ma d’altra parte anche i cristiani praticano una religione che tutto sommato non conoscono».

E così arriviamo al declino dell’Occidente, anche per scarsa natalità. «Ci vogliono sempre più di un uomo e una donna per fare un bambino», lei ha scritto.

«Ci vuole, cioè, un terzo agente: gli antenati o la divinità. Nessuna singola famiglia ha mai fondato la società. Questo è importantissimo. Ci vuole anche dell’altro oltre a un uomo e a una donna: gli antenati o Dio erano le vere fonti della società».

Oggi in Europa mancano entrambe queste cose.

«Direi che le credenze religiose continuano a vivere sotto le mentite spoglie delle teorie scientifiche. Il vero problema, invece, è l’individualismo, che è il tratto olistico e il vero disastro della nostra società. Quest’ultima fa in modo che l’individuo si serva della società per esistere. Ma in altri contesti più vitali era l’individuo che serviva la società. “Dio è unico” e “Io sono unico” sono pensieri molto occidentali, ma non certo dell’Asia, per esempio. Ecco un altro problema con cui finiremo presto per scontrarci».