Mayweather-Hatton il fascino del bianconero

Dici black and white e magari pensi a una marca di whisky. Ma non gli americani. Bianco o nero, più che bianco e nero, per loro non è solo questione di pelle. Nello sport è storia, leggenda, è epoca. È Joe Louis contro Max Schmeling, è Jessie Owens nello stadio di Berlino davanti al Führer, è Arthur Ashe che viola il divino Wimbledon. Fino ad arrivare all’ultima, forse la più imprevedibile rappresentazione vissuta quest’anno nella formula 1: Hamilton contro Alonso, sacrilega sfida fra compagni di scuderia. Dici bianco e nero e magari pensi al cinema muto. Ma per noi, noi italiani, c’è dell’altro. Cos’altro se non Benvenuti-Griffith? E così per i tedeschi, per i francesi, per gli inglesi, i russi e gli africani. Ognuno ha il suo black or white. La storia americana dei pesi massimi ha vissuto per decenni alla ricerca della speranza bianca. Cominciò Jack London gridando al mondo, e scrivendo sul «New York Herald», la sua rabbia contro quell’insopportabile sorriso dai denti d’oro di Jack Johnson, il campione del mondo dei massimi, forte e dispettoso, stendeva bianchi sul ring e si portava donne bianche a letto. Insopportabile.
Stanotte a La Vegas, la boxe rivivrà l’ennesimo black or white. Floyd Mayweather, campione americano ritenuto il miglior pugile di ogni categoria, affronterà l’inglese Ricky Hatton, stereotipo del boxeur bianco da rissa, l’indomito guerriero che non fa mai un passo indietro. Sarà boxe spettacolo e boxe business, storia molto diversa da quelle che nello sport ci hanno riproposto il dilemma: bianco o nero. Fu uno scontro di razze e di credo, anche a dispetto dei protagonisti, quello che mise di fronte Joe Louis, il bombardiere nero, e Max Schmeling, chiamato l’ulano nero, ma raffigurato come il «destro di Hitler». Schmeling vinse il primo match e fu accolto in Germania come un eroe della razza ariana, ma nella rivincita fu investito da una tempesta che, in 124 secondi, lo spedì in un ospedale di New York.
Fu una lotta nella tana del Führer quella che condusse Jessie Owens alle Olimpiadi di Berlino 1936: il nero che ha profanato il sogno ariano. Vinse nelle gare di velocità, sconfisse nel lungo Luz Long, biondino tedesco che rappresentava la miglior antitesi della razza. Long era un ragazzo di Lipsia, che poi sarebbe morto in guerra in Libia. Owens è diventato un’icona dello sport. Il tedesco era recordam europeo, Owens lo abbattè con un salto oltre gli 8 metri (m.8,06). La contrapposizione bianco-nero talvolta rappresenta un’idea per la nazione. Altre volte è radice e anima per credere ad una squadra. Lo hanno dimostrato Mickey Mantle e Willie Mays, giocatori di baseball della stessa città, New York, negli anni ’50: Mantle era il bianco che giocava con gli Yankees, ritenuto l’erede di Joe Di Maggio. Mays il nero che vestiva la maglia dei Giants, uno dei primi ragazzi scuri del baseball.
Magic Johnson e Larry Bird hanno rappresentato la svolta del mondo Nba del basket tra gli anni ’80 e ’90. Non a caso, prima di loro, la Nba aveva una media di 10.800 spettatori, i salari medi dei giocatori intorno ai 148mila dollari, l’audience tv toccava il 26% annuo. Invece al tirar dei conti tra il ’90 e il ’91 la media paganti era salita a 15.200, gli stipendi a 750mila dollari e le finali più viste sono state quelle fra i Boston Celtic di Bird e i Los Angeles Lakers di Magic. Il mondo Usa si divise fra l’intramontabile sorriso di Johnson e quella figura da eterno Mark Twain di Bird. Raccontò un giorno Bird: «Eppure siamo diversi in un solo senso: lui vuole 100 milioni di dollari, a me ne bastano 50».
Per noi italiani l’idea del bianco o nero rimarrà appesa a quelle notti dal Madison Squadre Garden di New York (1967-1968) quando si affrontarono Nino Benvenuti ed Emile Griffith nel mondiale dei pesi medi. Tre match ascoltati per radio, vissuti in Tv con il sentimento dei pionieri. Sorta di flash back che non scolora, intriso nel mito e nel sentimento per due personaggi che ancora oggi ci accompagnano intatti nel loro fascino. Fu una battaglia contro i velocisti di colore quella che, per anni, ingaggiò Valery Borzov, lo sprinter russo costruito in laboratorio. Il giamaicano Don Quarrie lo perseguitò. Asley Crawford, l’uomo di Trinidad, prima perse poi lo sconfisse ai Giochi di Montreal ’76, ma la grandezza del russo esplose alle Olimpiadi di Monaco ’72 quando vinse 100 e 200 davanti alle solite ombre nere. E altrettanto ricca di segnali del destino fu la lotta che il francese Guy Drut ingaggiò sui 110 ostacoli, nella gara definita il tempio del ritmo: contro Rod Milburn, poi contro Willie Davenport, entrambi americani, prima di uscire vincitore alle Olimpiadi di Montreal. Drut studiò da loro prima di batterli. Arthur Ashe fu, invece, il primo uomo nero nel tennis e tramutò la maestosità di Wimbledon in un ambiente da stadio. La finale contro Jim «Jimbo» Connors, dopo aver affrontato Bjorn Borg e Tony Roche, travalicò la tradizione di una corte tipicamente inglese. Wimbledon si schierò con urlacci e folklore dalla parte dell’angelo nero contro il demonio bianco.
Nel calcio la perla nera si identifica nell’immagine di Pelè. Quella bianca nelle meraviglie di Maradona. Icone di un mondo che le ha vissute a distanza di anni. La sfida black or white un giorno prese forma negli scontri tra il baronetto inglese Bobby Charlton e la pantera nera portoghese chiamata Eusebio, sia nella semifinale mondiale vinta dagli inglesi nel 1966, sia nella finale di coppa dei Campioni ’68 conquistata dal Manchester. Invece oggi ci ritroviamo con il flash di Zidane e Ronaldo, e quella finale di Francia ’98 in cui il brasiliano sembrava un automa e il francese immortalò la sua grandezza. A rigor di storia, il successo del talento virtuoso contro il talento dissipato. Anche se basta un colpo di testa per smentir la storia. E farci confondere il black con il white.