McCarthy, il tramonto del sogno americano

In "Sunset Limited" il confronto fra un aspirante
suicida e il suo salvatore non ha un fine del tutto
&quot;lieto&quot;. E rappresenta il limite di ogni agire umano<br />

Vengono da lontano i due personaggi che animano il duello, che duello non è, di questo breve romanzo oggi al centro dell’attenzione generale, Sunset Limited, di Cormac McCarthy (Einaudi, pagg. 120, euro 10, traduzione di Martina Testa).
Cormac McCarthy è il più grande romanziere vivente, secondo me uno dei più grandi di ogni tempo. Vengono, si diceva, da lontano i due protagonisti, Nero e Bianco, di questo «romanzo in forma drammatica» scritto per il teatro ma che rivendica, se mai ci fosse qualche dubbio, la sua natura essenzialmente romanzesca. Il romanzo è un urlo della mente, e così è Sunset Limited.
Nero, un uomo di colore, ex-galeotto poi fattosi cristiano, salva Bianco, un intellettuale, dal suicidio: stava per gettarsi sotto il Sunset Limited, il treno passeggeri in servizio tra la California e la Florida fino alla fine del 2005, quando l’uragano Katrina devastò la rete ferroviaria di New Orleans e dintorni. Nero porta Bianco a casa sua, ma Bianco non è contento di essere stato salvato: voleva e vuole morire. La conversazione si svolge intorno a un tavolo, i cui lati sono come i due lati dell’Universo. La lunga conversazione tra i due è solo l’ultima di una serie di conversazioni che attraversano tutta l’opera di McCarthy, che è un’opera fatta di duelli nei quali a scontrarsi non sono mai soltanto individui, ma mondi.
McCarthy ha dedicato la parte migliore dei suoi anni alla ricostruzione narrativa di un mondo che stava tramontando, quello che aveva dato vita non solo all’epopea del West ma a una precisa antropologia, fatta di gente capace di stabilire una trama di vita quotidiana umana, normale, in luoghi e situazioni in cui nessuna quotidianità sarebbe apparsa possibile. Uomini «con una promessa nel cuore».
McCarthy è il narratore del tramonto di questa promessa. Lui parte da lì. In Cavalli selvaggi, primo capitolo della sua opera centrale, parla di ragazzi che vanno a cercare altrove, in Messico, quella stessa promessa. La grandezza di questo scrittore sta anche nel suo rifiuto di qualunque prospettiva sociologica o psicologica. Ciò che definisce i suoi personaggi è l’azione: dal loro modo di agire si rende trasparente il rapporto che li lega al Destino. La sua opera ci mostra una notevole galleria di volti e ritratti e, con essi, di paesaggi - quasi tutti legati al Texas meridionale e al Messico - e di situazioni meteorologiche. La presenza del soprannaturale si rivela attraverso l’ombra di un uccello in volo o la forma assunta da un fulmine. Anche nella solitudine più totale, l’ontologia dei suoi personaggi è spalancata: la voce solitaria presuppone sempre un coro di proporzioni sterminate.
Ma sempre, in lui, tutta questa varietà si assottiglia fino alla stretta decisiva, in cui i contendenti sono, invariabilmente, due e due soltanto. Nero e Bianco sono questa cosa. E Sunset Limited non è un romanzo, ma il suo finale, il finale di tutti i romanzi possibili.
L’argomento è uno solo, il solo argomento interessante, la sola cosa di cui tutta la sua opera parla, e di cui tutti parliamo (per questo McCarthy ci riguarda tutti): Dio. Eppure, se posso azzardare, direi che qui se ne parla, tutto sommato, meno che altrove. E capisco chi, superficialmente, ha detto che il libro non sembra nemmeno scritto da McCarthy.
Per spiegarmi faccio un passo indietro. Nero vuole convincere Bianco che il suo nichilismo è il frutto di un preconcetto, perché «il mondo non può mai essere migliore di quello che gli permettiamo noi di essere». Nero ha sentito la voce di Dio nel momento in cui la sua anima non poteva che tacere, ma dubita che Bianco la possa sentire: Bianco è uno che continua a parlare dentro di sé, perché per persuadersi che nulla vale la pena occorre mettersi contro l’esperienza naturale, e quindi teorizzare continuamente.
Ma Bianco rifiuta ormai tutto. Solo per un istante, quando Nero lo invita a mangiare con lui, i due lati del tavolo (dell’universo) si riavvicinano, Bianco allenta la presa, mangia di gusto, e in questo pranzo eucaristico sembra sul punto di riamare il mondo («Ci sono un mucchio di parti del mondo tutte insieme in quel tegame», dice Nero). Invece questa è solo la premessa della stoccata che Bianco infligge al suo salvatore, con la sua tragica perorazione finale nella quale il solo dio possibile è la morte.
Nero pronuncia parole essenziali, nelle quali tutta la forza del cristianesimo si esprime col suo carico di esperienza. Ma è proprio l’esperienza ciò che l’altro non vuole più: né padre né madre, né Dio né Gesù Cristo, né - soprattutto - la voce del proprio cuore. In questo passaggio dal pranzo al dopopranzo c’è la chiave di tutto. Perché lì Nero ha commesso l’errore decisivo: ha creduto che i giochi fossero fatti, cedendo all’idea che, se Dio gli aveva permesso di salvare quell’uomo, la storia non poteva che terminare con la sua conversione. La sua passione per i calcoli e i numeri, in sé eccellente, qui lo tradisce. C’è un vizio americano, per così dire, che abbassa per un attimo la tensione, e Bianco ne approfitta per colpire e poi andarsene.
Se la Storia, in McCarthy, si innalza alla Metafisica, qui comincia il cammino inverso: la Metafisica ricade nella Storia. Com’è inevitabile. Sunset Limited è, in questo senso, un ritratto non solo del rapporto tra l’uomo e il destino, ma della grandezza e dei limiti del sogno americano. Nero, uomo giusto, fa esperienza di quei limiti: lui, che credeva di conoscere la Sua volontà, scopre il Suo silenzio. «Anche se non mi parli più lo sai che mantengo la tua parola. Lo sai». E aggiunge: «Lo sai che sono capace».
Chissà se sarà capace. Probabilmente no. E lì, nel dramma (o caos) che seguirà, avrà inizio il secondo capitolo della sua avventura con Dio. Quella che Dostoevskij aveva immaginato, senza realizzarla, per il prosieguo dei Fratelli Karamazov. La storia è bella perché non è finita.