Il medico dei miracoli: "Faccio l'avvocato del diavolo"

Guida l'ufficio guarigioni di Lourdes: «Ho il compito di tenere la gente lontano dalle cretinerie. Gli imbroglioni? Da napoletano li riconosco»

Alessandro de Franciscis è un medico fortunato: da lui non vengono i malati ma i guariti. Dal 2009 guida l'ufficio che valuta le guarigioni inspiegate avvenute a Lourdes, il Bureau des constatations medicales. È il quindicesimo presidente, il primo non francese. Il vescovo della cittadina pirenaica dove nel 1858 la Madonna apparve a Bernadette Soubirous dovette insistere con questo clinico napoletano, pediatra ed epidemiologo con master ad Harvard, docente universitario, deputato dell'Ulivo e presidente della Provincia di Caserta che non voleva tradire la fiducia degli elettori. Durante il suo mandato sono stati riconosciuti tre miracoli avvenuti ad altrettante donne, due italiane e una francese. Una media elevata: in 160 anni ne sono stati riconosciuti 70. Ma per de Franciscis non è motivo di vanto: «Mi occupo di medicina, non di miracoli. E Lourdes per me è il filo rosso che tiene assieme tutta la mia vita».

Come decise di fare il medico?

«Già in questo Lourdes ha avuto un ruolo determinante. Frequentavo il quarto anno del liceo classico a Napoli, era la primavera del 1973. Un giorno viene a scuola il presidente dell'Unitalsi di Napoli, l'associazione che organizza i pellegrinaggi a Lourdes per i malati. Cercava ragazzi come barellieri. Poiché il pellegrinaggio cadeva a fine maggio, se fossi andato a Lourdes avrei saltato qualche giorno di scuola. Ero figlio di cattolici praticanti e impegnato in parrocchia, sapevo che i miei genitori non si sarebbero opposti».

Una pensata da scugnizzo.

«Sono quei semi che cadono su terreni fertili. Fu un'esperienza di svolta. Conobbi il mondo dei disabili e dei malati che mi era estraneo: mio padre era medico ma non praticava la professione, era ricercatore e professore universitario di fisiologia. Mi dissi che avrei fatto il medico».

Insomma, una vocazione.

«Il primo anno di università fu tremendo. Invece che stare vicino ai malati, dovevo studiare chimica e fisica. Credevo di aver sbagliato strada. Così andai a fare visita al mio vescovo, il cardinale Ursi, che aveva la porta sempre aperta per i giovani».

Che gli disse?

«Che forse dovevo fare il prete. Ursi mi chiese se ne avessi parlato con il direttore spirituale, che non avevo. Allora mi scrisse su un biglietto il nome di un giovane sacerdote che aveva ordinato un anno prima. Questo prete mi sopporta dalla primavera del 1975 ed è il testimone che tutta la mia vita è tramata da Lourdes, dove sono tornato ogni anno».

Dove lavorò dopo la laurea?

«Prima alla patologia neonatale di Caserta e poi nel reparto di pediatria del policlinico di Napoli, dove di ritorno da Harvard ero diventato ricercatore. E dove nel 1997 per la seconda volta in vita mia mi chiesi se non avessi sbagliato bivio qualche anno prima. Tornai dall'arcivescovo, che stavolta era il cardinal Giordano. Mi suggerì di continuare la mia attività ma al tempo stesso di approfondire le ragioni dell'essere cristiano studiando teologia».

Come la presero in reparto?

«Il professor Armido Rubino, uno tra i nomi di maggior spicco della pediatria italiana, si commosse. Era un liberale, un agnostico molto rispettoso. Fece in modo che al mattino potessi frequentare la facoltà teologica con altri laici, seminaristi e religiosi, e alle 13,30 prendessi servizio come responsabile dei servizi ambulatoriali per i bambini che venivano da fuori policlinico».

Perché si candidò alla Camera?

«Alcuni amici nel 1997 mi avevano chiesto di candidarmi per il Partito popolare a sindaco di Caserta, la città d'origine della mia famiglia dove presiedevo la sottosezione Unitalsi ed ero impegnato nel volontariato e nel sociale. Per la terza volta mi presentai dall'arcivescovo. Giordano approvò: c'era bisogno di cattolici impegnati in politica, anche se avrei perso. Da consigliere comunale conobbi Ciriaco De Mita che nel 2001 mi candidò a Montecitorio con l'Ulivo. Caserta era considerato un collegio imprendibile per il centrosinistra, invece vinsi».

Fece il deputato di opposizione.

«Una bellissima esperienza, al contrario di quella successiva, cioè la presidenza della Provincia di Caserta, candidatura che accettai per amore della mia gente. Prevalsi al primo turno sul favorito Nicola Cosentino, di Forza Italia, ma furono gli anni più difficili della mia vita. In tutto questo non avevo mai smesso di andare a Lourdes, dove avevo chiesto aiuto a Nostra Signora».

E la Madonna fece il miracolo?

«Era il 2008, giubileo dei 150 anni delle apparizioni. Dal 2005 ero alla Provincia di Caserta. A metà giugno ricevetti una lettera del vescovo di Tarbes-Lourdes, che non conoscevo, a nome di un carissimo amico francese suo stretto collaboratore. Mi si chiedeva di sostituire il presidente del Bureau che andava in pensione. Fu la lettera più disturbante mai ricevuta. Il direttore spirituale disse che era una vocazione, una chiamata. Un francese che chiama un non francese è una faccenda seria, aggiunse. Però avrei dovuto finire il mandato elettorale, che era fiduciario».

Quindi lei rifiutò.

«Fu il pellegrinaggio a Lourdes più buffo della mia vita: treno da Napoli a Roma, aereo per Tolosa, taxi fino a Lourdes. Declinai perché il vescovo voleva che cominciassi subito. Dopo due giorni, mi ero reso conto di aver fatto una sciocchezza colossale, ma ormai la frittata era fatta».

E dopo che successe?

«A settembre papa Benedetto XVI andò a Parigi e a Lourdes. Ero a casa con dolori fortissimi dopo un intervento chirurgico e seguii il viaggio in tv, un successo strepitoso per Ratzinger. Dopo qualche giorno, telefonai al vescovo per felicitarmi. A lui però non interessavano i complimenti, ma se avessi fatto un secondo pensiero sulla chiacchierata di giugno. Cedetti. Il mio predecessore restò altri sei mesi, l'annuncio fu dato l'11 febbraio 2009, anniversario delle apparizioni, diedi le dimissioni il 5 marzo e presi servizio il 1° aprile. Al policlinico universitario, dove già ero in aspettativa elettorale, ho chiesto un'ulteriore aspettativa e dopo due anni ho lasciato anche la carriera accademica».

Lei vive a Lourdes?

«Ho portato anche la residenza, sono iscritto all'Aire. Ho pure votato per corrispondenza».

In che cosa consiste il suo lavoro?

«Anzitutto ricevo tutti quelli che chiedono di parlarmi. Quest'anno stimo di aver parlato con poco più di un centinaio di persone. Trascrivo le storie più interessanti: nel 2018 ho registrato 6 guarigioni ritenendole potenzialmente inspiegate. Di altre 33 già so che mancherà qualcuno dei sette criteri necessari per dichiararle inspiegabili».

Quali?

«Sono gli stessi criteri fissati dal cardinale Lambertini nel Settecento. Due sono legati alla diagnosi della malattia, che dev'essere certa e con prognosi grave. Quattro sono relativi alla guarigione, che dev'essere avvenuta in maniera inattesa, cioè senza segni premonitori, istantanea, completa e durevole nel tempo. Se sono davanti a queste sei caratteristiche, me ne resta una settima, che attiene alla storia clinica: per tutto questo c'è una spiegazione possibile, o la guarigione resta inspiegata secondo le attuali conoscenze medico-scientifiche?».

Che guarigioni le vengono sottoposte più spesso?

«Il maggior numero di persone si rivolgono a me dopo un cancro. Ma nei Paesi più presenti a Lourdes, cioè Francia, Italia e Stati Uniti, il cancro si cura. Dopo i protocolli di terapia seguiti, la guarigione non si può certo dire istantanea o inattesa».

Quanti dossier ha sul suo tavolo oggi?

«Dodici casi che vanno avanti dagli anni scorsi e questi sei nuovi da verificare».

Lei dunque opera un primo vaglio.

«Poi devo stimolare le persone a produrre la documentazione medica. L'ultimo miracolo riconosciuto, quello di suor Bernadette Moriau, ha avuto bisogno di appena 10 anni di istruttoria perché essendo infermiera aveva conservato tutto. Senza documentazione medica nessuna storia può andare avanti. Una volta raccolta sufficiente documentazione, il mio terzo compito è avviare lo studio dei casi. Perciò come medico permanente convoco di tanto in tanto riunioni collegiali per discutere».

Chi fa parte dei collegi di discussione?

«Medici e professionisti che in quel momento si trovano a Lourdes e hanno dato la disponibilità iscrivendosi in un registro speciale, indipendentemente dall'orientamento religioso. Oltre quattromila professionisti sono passati a firmare nel 2018. Il caso viene discusso come in un'aula universitaria: per suor Moriau sono intervenuti poco più di 300 medici a più riprese in 8 anni. Quando si ritiene che l'esame sia concluso, si vota per alzata di mano. Basta un solo voto contrario per fermare la procedura per un anno. A Lourdes non abbiamo mai avuto il problema di andare di fretta».

E una volta constatata la guarigione inspiegata secondo le attuali conoscenze mediche?

«Il caso viene portato all'attenzione del Comitato medico internazionale di Lourdes, il Cmil, che lo deve confermare o respingere».

Un giudizio d'appello.

«Il comitato nacque nel 1954 quando l'allora vescovo Théas, davanti ai progressi della medicina, si domandò se tutti i medici venuti a Lourdes fossero all'altezza di capire e giudicare. Del Cmil fanno parte 30 cattedratici che rileggono a freddo la storia e i documenti. Il loro voto è segreto con un quorum richiesto dei due terzi. Per suor Moriau all'ultimo spoglio ci sono stati 26 sì su 27 votanti. A quel punto il nostro compito è finito. La medicina non ha altro da dire perché noi ci occupiamo di guarigioni, non di miracoli. Quello lo proclama, se lo ritiene, il vescovo della persona guarita al quale viene girato il dossier».

Succede che una guarigione inspiegata per un medico non sia ritenuta un miracolo da un vescovo?

«A oggi abbiamo circa 7.400 guarigioni e solo 70 miracoli».

Ha mai incrociato degli imbroglioni?

«Può capitare, ma un napoletano sa come riconoscerli. Faccio l'avvocato del diavolo. C'è anche gente che chiede visite preventive, ma qui non siamo alle terme».

Che sensazione le dà vivere accanto al mistero? Vertigine? Pace?

«Innanzitutto, un grande senso di responsabilità per non indurre la gente a credere nelle cretinerie. Da cristiano cattolico ho imparato ad apprezzare e rispettare la pietà popolare. Considero la vita a Lourdes un grande privilegio».

Lourdes è luogo di miracoli ma dove si riversa anche un mare di dolore.

«Non ho questa percezione. La sofferenza fa parte del bagaglio dei pellegrini, ma prevale la speranza di un bene. Per me l'emoticon di Lourdes è un grande sorriso, che non è la stessa intonazione di altri luoghi di pietà cristiana. Lourdes è un luogo di gioia. A volte trovare un certo ospedale, un certo specialista, una certa cura o una certa tecnica è davvero un dono, una grazia di Nostra Signora, anche senza parlare di miracolo».

La Chiesa dice che la fede non si fonda sui miracoli.

«La fede riposa su Gesù Cristo. Io credo che egli è nato da una donna vergine, è vissuto, ha patito la passione, è morto e risorto; che dopo la risurrezione è apparso a persone e poi salito al cielo per dirci che è veramente uomo e veramente Dio, e a lui dovrò, se vorrà nella sua misericordia, la salvezza eterna. E credo che reincontrerò i miei cari dopo la morte: mi sembra molto più irrazionale di una guarigione apparentemente inspiegata secondo le attuali conoscenze mediche».

Però abbiamo bisogno di miracoli.

«Molta gente tende a confonderli con i prodigi. La parola miracolo non esiste nel Vangelo, nonostante Gesù ne abbia fatti molti. Il testo greco usa la parola semeion, cioè segno. Agli evangelisti era chiaro che Gesù non ha fatto prodigi ma ha usato la lingua dei segni per indicare che esiste una realtà altra, quella da cui lui viene e alla quale noi tutti aspiriamo. E per ricordarci che Dio è misericordia».