Medvedev stile Urss: missili contro l’Europa

A rischio il percorso di disarmo tra Russia e Stati Uniti. L’annuncio: batterie di Iskander a Kaliningrad se falliranno i negoziati sullo scudo difensivo americano

Le imminenti elezioni in Russia creano il contesto ideale per il rilancio di un clima da guerra fredda. I russi, si sa, non hanno ancora accettato vent’anni dopo di aver perduto il ruolo di superpotenza planetaria che competeva all’Unione Sovietica, e i politici lo sanno molto bene. Ecco dunque che il tanto pubblicizzato restart - il rilancio dei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti - può essere messo in discussione dal tandem Putin-Medvedev che si trova in difficoltà maggiori del previsto con l’elettorato. Non è solo questa la spiegazione, ma certamente ha il suo forte rilievo, dell’uscita di ieri del presidente Dmitri Medvedev, che ha minacciato di far dislocare missili balistici a Kaliningrad per mettere nel mirino obiettivi della Nato se falliranno i negoziati sul cosiddetto scudo missilistico americano.

Kaliningrad (fino al 1945 capitale della Prussia Orientale tedesca con il suo storico nome di Königsberg: è la città del celebre filosofo settecentesco Immanuel Kant) è una enclave russa incastrata tra i territori della Polonia e della Lituania, Paesi che fanno ormai da diversi anni parte dell’Alleanza Atlantica. Costituisce il territorio più occidentale della Russia e una base ideale per batterie missilistiche puntate verso l’Europa occidentale. Qui, ha spiegato Medvedev, Mosca è pronta a installare missili di tipo Iskander per neutralizzare lo scudo americano, che consiste di batterie di missili e di una postazione radar collocate in Polonia e nella Repubblica Ceca: obiettivi che sarebbero raggiungibili anche in meno di cinque minuti.

In assenza di accordi con la Casa Bianca, ha detto il presidente Medvedev, la Russia rivendica «il diritto di rifiutare ulteriori passi sul piano del disarmo e, di conseguenza, il controllo delle armi»: in pratica, l’uscita dal trattato Start. Il rappresentante russo presso la Nato, Dmitri Rogozin, ha usato termini meno diplomatici, rispolverando toni che erano cupamente abituali fino alla metà degli anni Ottanta: «Possiamo annientare e superare qualsiasi sistema di difesa missilistica americano in Europa».

Se è vero che la logica della campagna elettorale spiega il ricorso ad argomenti «patriottici» che la maggioranza dei russi dimostra di apprezzare, è anche vero che lo stato delle relazioni bilaterali Mosca-Washington è in progressivo peggioramento dalla fine della scorsa estate. L’amministrazione Obama continua a ripetere (lo ha fatto anche ieri reagendo alle minacce di Medvedev) che lo scudo missilistico non è rivolto contro la Russia, ma il Cremlino rifiuta di essere messo di fronte a fatti compiuti e alza i toni. La settimana scorsa Putin era arrivato a ipotizzare un futuro conflitto, citando una presunta «minaccia al nostro potenziale nucleare», pur ammettendo che stava alludendo a uno «scenario estremo». Parole forti, troppo forti, che sembrano far parte di un disegno tendente a obbligare gli americani a tener conto una buona volta delle loro ragioni.

Per ora Obama ripete che di spostare lo scudo dall’Europa orientale non si parla. Intanto Putin il nostalgico tesse la sua rete per ridar vita a una URSS del XXI secolo.