Meglio figli normali che geniali

Marcello D’Orta

Mozart (di cui ricorre il 250° anniversario della nascita) è un tale genio che se uno avesse l'opportunità di averlo di fronte, non dovrebbe limitarsi a chinare il capo; il capo, dovrebbe proprio ficcarlo nel terreno, come si dice - erroneamente - degli struzzi. La sua musica può addirittura far diventare scemi dal piacere.
La maggior parte delle mamme, credo, vorrebbe avere un figlio genio, e certamente sono a migliaia quelle convinte d'averlo («Mio figlio è intelligentissimo! Somiglia pure a Zichichi» «Sapeste come suona il gong!», Fa i calcoli come Pico della Mirandola»), ma io, che con i bambini ho trascorso un quarto di secolo, a queste mamme mi permetto di dire: care signore, piuttosto di augurarvi un Leonardo o un Goethe, pregate di avere in casa un figlio di intelligenza media e di salute buona.
Proprio un anno fa, un ragazzo di 14 anni, di nome Brandenn Bremmer, pose fine alla sua immatura vita con un colpo di pistola alla tempia. Bremmer, il cui quoziente intellettivo era 178 (e ai «geni» sono riconosciuti 150 punti), leggeva a due anni, a tre suonava il pianoforte, a quattro eseguiva le prime sinfonie, a dieci si diplomava, e a quattordici si laureava in composizione (tuttavia il record del conseguimento rapido di un titolo accademico spetta all'indiano Tathagat Avatar Tulsi, laureato in Fisica a dodici anni).
Perché Bremmer si suicidò? Tentare di capire i motivi per cui un individuo, vincendo la naturale ripulsa a violentare se stesso, giunga a procurarsi la morte, è sempre difficile. Il suicidio può essere l'espressione di una malattia di mente, di uno stato depressivo, di una scelta razionale di fronte a condizioni di vita disperate. Ma, come che sia, si tratta sempre del rifiuto di vivere.
Bremmer, come gran parte delle menti straordinarie, era un individuo solo. Solo fu Leopardi, che ad undici anni - in occasione del giorno delle Ceneri - scriveva versi come questi: «Allorché su' la fronte/La cennere mi asperse/La sacra man scoperse/La mia fragilità/Mi rammentò che presto/Questa mia spoglia frale,/Passibile, e mortale/In cenere sarà (...) E vò pensando intanto/Al misero mio stato/Del tempo che ho passato/Cadendo in ogni error/(...) Forse di questa notte/Io non vedrò l'aurora,/Di questo giorno ancora/La notte io non vedrò...»; solo fu Rimbaud, che incarnò, ancora giovanissimo, il mito del poeta maledetto; solo fu appunto Mozart, che non permise mai a nessuno di superare il muro eretto attorno alla sua vita: a 250 anni dalla nascita, egli rimane un mistero; il suo vero carattere, la sua personalità, i suoi sentimenti, i suoi affetti, il suo credo: un mondo sconosciuto.
Il genio è solo perché conosce la sua diversità, vive il talento come una specie di colpa, volontariamente si isola, e così perde gli affetti che gli sono indispensabili per la naturale crescita psichica: genitori e amici coetanei. I primi, nella maggior parte dei casi, tendono ad esaltare nel figlio le doti di ragazzo «superiore», pensando di realizzare attraverso lui le proprie aspirazioni, e spesso invece proiettano le proprie frustrazioni, causando nel bambino ansie, depressioni e stress.
Commentando il suicidio di Brandenn, la psicologa De Martini si domandava: «Ha avuto il tempo di giocare, oppure gli è stata portata via l'infanzia?». Libero Bovio sosteneva che «un'infanzia senza giochi è più triste di una giovinezza senza amori».
Di adolescenti particolarmente dotati è pieno il mondo, tant'è che in Scozia esiste un college che li raduna da tutta Europa. Tutti enfant prodige di cui, però, ben pochi, se non nessuno, diventerà Mozart, Liszt o Einstein.
Non furono geni, ma ragazzi prodigio sì, eppure che fine hanno fatto i vari Jackie Coogan (lo straordinario piccolo interprete del film «Il monello» di Chaplin), Judy Garland («Il mago di Oz»), Enzo Stajola (il bimbo di «Ladri di biciclette»), Pablito Calvo (l'indimenticabile protagonista di «Marcellino pane e vino», Vincenzo Sarno (il piccolo Maradona di Secondigliano, che a undici anni valeva centinaia di milioni)? Gente scomparsa, in preda all'alcol o finita tragicamente (per esempio Garland, morta per overdose di tranquillanti).
Ai genitori di figli superdotati, do un modesto ma sentito consiglio: vigilate sui vostri piccoli grandi ingegni, ricordare che un bambino-genio è pur sempre (è innanzitutto) un bambino, e ha diritto di vivere il suo tempo. Se non vi sentite all'altezza del compito, fatevi aiutare da chi ne sa più di voi (neurologi, psicologi, pedagoghi). Ai genitori di figli «normali», suggerisco di ringraziare il Padreterno per aver donato loro creature «conformi alla regola», e di non costringerle ad imprese intellettive e intellettuali fuori della loro portata.
Scoppierebbero come quella rana che voleva diventare bue.