Il melodramma, così si piangeva al cinema

L'Italia degli anni Cinquanta attraverso le lacrime spese in sale fumose dove l'imperativo era commuoversi. Emiliano Morreale torna a offrirci uno spaccato del nostro Paese nel dopoguerra, quando la tristezza e l'inquietudine fanno rima con svago ed evasione

Storia del pianto. Storia delle lacrime. Quelle perse per un amore perduto. Quelle spese per un amore non ricambiato. Quelle sperperate per cuori immeritevoli. Ma pur sempre lacrime. Figlie di un desiderio inappagato. E irraggiungibile. Madri di angosce e tristezze senza confini. Senza limiti. Generatrici di una depressione che comincia dai sentimenti accoltellati e non finisce. Perche' il dolore non si può circoscrivere. Il dolore è. Eppure talvolta il pianto lo si cerca. Appaga come il riso. Talvolta più di una risata. Cronaca di sensi scossi. Terremotati. Di un'emozione non più latente. Ma manifesta. E capita di volerle andare a cercare quelle lacrime. Quel pianto. Quella commozione.
Al cinema. Dove mai si è pianto tanto come negli anni Cinquanta. Oppure più avanti negli anni. In televisione. Emiliano Morreale che per i tipi di Donzelli, due anni fa, aveva sfiorato l'argomento con pagine memorabili dedicate all'«Invenzione della nostalgia» e al ruolo del vintage sul grande schermo, ora centra il problema e lo affronta in un volume, «Così piangevano» (Donzelli, pp. 327, 25 euro), che ci riporta per mano in quelle sale fumose di vecchi cinema dove abita il melodramma. E, con lui, appunto, il pianto.
Il pubblico che vi assiste è l'ultimo dell'Italia contadina. Le protagoniste sono sempre donne. Donne lacrimevoli. Donne perdute. Donne abbandonate. Donne sole. Con il loro cuore ferito. Con il loro morale in tenda a ossigeno. Animi piegati da mariti emigrati. La solitudine. O da coniugi reduci. Da speranze per una vita in cerca di riscatto. E intanto è solitudine. Il melodramma dà vita al divismo di personaggi entrati nella memoria prima che nell'ideale. Silvana Mangano, Lucia Bose', Sofia Loren rappresentano e incorniciano i volti che hanno fatto piangere. La prima generazione. Poi sopraggiunse il superamento del melò con Lattuada, Comencini e Cottafavi che lo caricano di spinte trasgressive.
L'evoluzione del cinema melodrammatico risente di un incrocio di valori, apporti e mutazioni. Per gli autori che ne fanno riscorso. Per le aspettative e i gusti del pubblico. Per il nuovo sistema dei media e le nuove forme dello spettacolo. Ebbene, piangevano i nostri nonni. E piangiamo noi, tuttora. Secondo canoni differenti. Amore e abbandono hanno sempre lasciato palati tristi e cuori sanguinanti. E prima la sceneggiata napoletana, poi il cinema hanno interpretato quelle inquietudini. E hanno dato loro voce e vita. Quello che doveva essere un luogo di consolazione ed evasione si rivelava anche crogiuolo di tensioni, angosce. Per immagini. Espressioni che non avremmo mai dimenticato. Perche' ciò che si vede con gli occhi non si dimentica.