Melozzo da Forlì: l’angelo razionalista del Rinascimento

Una mostra per riscoprire l’artista che unì le geometrie di Piero della Francesca al senso del sacro e del divino

«Trovatori del cielo» li aveva definiti Adolfo Venturi nel 1913 nella Storia dell’arte italiana. E loro, angeli musicanti con cimbali, tamburi, liuti, mandolini, continuano a volare spensierati nell’azzurro, con riccioli d’oro e volti birichini. Raccontano come fosse bravo Melozzo da Forlì, al secolo Melozzo di Giuliano degli Ambrosi, pittore e architetto vissuto dal 1438 al 1494, e come avesse ben capito la lezione di Piero della Francesca, umanizzandola. Li aveva dipinti a Roma nel 1480 nell’abside della chiesa dei Santi Apostoli in un grande affresco con l’Ascensione di Cristo, una sarabanda di scorci spericolati, di salti nel vuoto, di acrobazie celesti. Ridotti in quattordici frammenti nel 1711 sono sopravvissuti insieme agli Apostoli, tutti conservati nella Pinacoteca Vaticana, mentre il Cristo è nel Palazzo del Quirinale.
Alcuni di questi affascinanti angeli suonatori sono esposti dal 29 gennaio nei Musei di San Domenico di Forlì nella mostra «Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello» (sino al 12 giugno, catalogo Silvana editoriale). Curata da Antonio Paolucci, Davide Benati e Mauro Natale, è la terza dedicata al pittore, dopo quelle del 1938 del 1994, e la più completa, pur nella scarsità delle opere superstiti. Presenta Melozzo come uno dei fondatori del Rinascimento, interprete originale di Piero della Francesca e precursore di Raffaello. Il ruolo prestigioso del pittore è del resto già segnalato dalle fonti antiche. Vasari, ad esempio, nella seconda edizione delle Vite ricorda l’artista come «grandissimo prospettivo», ed essere bravi nella prospettiva, nuova scienza del XV secolo, era il massimo per un artista del tempo. Più fredda la critica di primo Novecento, da Roberto Longhi a Emilio Cecchi, che nel 1912 marchia l’affresco con Sisto IV e il Platina come «decorazione, stonata di colore».
La rassegna è un viaggio articolato tra una dozzina di opere di Melozzo e una sessantina di altri maestri, con i quali l’artista scambia motivi pittorici nei suoi diversi passaggi da Forlì a Roma, da Urbino a Loreto e di nuovo a Roma, dove nel 1475 è nominato da Sisto IV «Pittore papale». A ricordare gli esordi nell’ambiente artistico tra Bologna e Padova ci sono l’Angelo Annunciante e l’Annunciata degli Uffizi, sofferti ma vivi, vicini a dipinti di Antoniazzo Romano, pittore con cui Melozzo è in contatto a Roma tra il 1464 e il 1465.
A testimoniare la prima attività romana arrivano fresche di restauro due tempere su tela con San Marco Evangelista e San Marco papa dipinte per la basilica di San Marco, di cui per la prima volta è emerso il disegno sottostante. Ma la grande svolta avviene tra il 1465 e il 1475 a Urbino, dove Melozzo viene in contatto con grandi maestri del Rinascimento, come Piero della Francesca, rappresentato in mostra dalla restaurata Madonna di Senigallia. Nella colta corte urbinate incontra fiamminghi e spagnoli come Giusto de Gand e Pedro Berruguete e approfondisce lo studio della prospettiva, che darà i suoi frutti in un successivo soggiorno romano dal 1475 il 1484.
E proprio a Roma, con papa Sisto IV, il pittore dà il meglio di sé, realizzando affreschi con audaci prospettive e scorci illusionistici. Emblematico quello con Sisto IV nomina il Platina prefetto della Biblioteca Vaticana eseguito nel 1477 per la nuova Biblioteca papale. Un’opera grandiosa, che eccezionalmente arriva dalla Pinacoteca Vaticana per essere esposta al centro della rassegna, con il suo forte significato simbolico: la stretta di mano ideale tra la Chiesa e la Cultura. Nel dotto cenacolo, rappresentato in una sfarzosa architettura, il papa nomina primo prefetto della Biblioteca l’umanista Bartolomeo Sacchi detto il Platina, che indica un’iscrizione con alcune imprese edili realizzate per volere di Sisto IV. Intorno al papa nepotista ci sono i cardinali Pietro Riario e Giuliano della Rovere e i nipoti Girolamo Riario e Giovanni della Rovere. «Tutto quello che accadrà dopo sotto il cielo di Roma - nota con entusiasmo Paolucci,- la cupola di San Pietro e il Belvedere di Bramante, Raffaello e Michelangelo in Vaticano, i cieli barocchi di Pietro da Cortona, le fontane e gli obelischi nelle piazze... hanno in questo affresco le loro premesse». Infatti è al grande Melozzo «solenno maistro in prospectiva e in ogni altra cosa della dipentura fondato, peritissimo...» che guarderanno tutti gli artisti nel Cinquecento e oltre. Intanto Girolamo Riario nel 1484 lo assume come suo scudiero e gentiluomo con un ricco stipendio. Mica male.

LA MOSTRA «Melozzo da Forlì». Forlì, Musei San Domenico, piazza Guido da Montefeltro; dal domani al 12 giugno. Per info: 199757515, www.mostramelozzo.it.