Memoria e rimpianto di tutti i giardini perduti

Ci sono mostre sulle quali si fa un gran battage pubblicitario, altre che sfuggono alla grancassa mediatica e finiscono per passare inosservate. Ci sono mostre che si riducono a un assemblaggio di quadri o sculture, più o meno d’effetto, altre che rivelano il criterio attento di studio e ricerca che le ha ispirate, sì che, riunendo secondo questo criterio elementi sparsi, aprono scenari nuovi di conoscenza. La mostra «Il giardino antico da Babilonia a Roma - Scienza e arte» aperta fino al 28 ottobre nella Limonaia del Giardino di Boboli a Firenze, appartiene al secondo genere. Perciò va visitata. E non soltanto per l’incantevole luogo che la ospita (la settecentesca serra dei limoni voluta dal granduca Pietro Leopoldo e oggetto di un restauro filologico terminato nel 2005), ma per la complessità degli studi di preparazione che hanno riunito studiosi ed archeologi in un comitato scientifico dove accanto a Cristina Acidini soprintendente per il Polo museale fiorentino, ci sono Alessandro Cecchi, direttore del Museo Giardino di Boboli, Paolo Galluzzi, direttore del Museo di Storia della Scienza di Firenze, Pietro Giovanni Guzzo, soprintendente archeologo di Pompei e Antonio Paolucci, attualmente presidente dell’Ente Mostre del Quirinale.
Arduo oggi ricostruire l’immagine dei giardini dell’antichità. A testimoniare lo splendore dei celebrati giardini mesopotamici, per esempio, rimangono solo piccole sculture d’avorio che rappresentano forse dei melograni stilizzati. O frammenti provenienti da Ninive con donne in un palmeto. Se nel mondo assiro il giardino riflette la gloria del sovrano, in quello greco gli alberi si associano al divino e quindi a tutto ciò che attiene al mondo delle idee. Dai boschetti sacri della Grecia più arcaica si arriva agli spazi verdi prediletti dai filosofi: il ginnasio accanto al bosco sacro all’eroe Akademos è il luogo preferito da Platone, il luogo consacrato ad Apollo Liceo ospiterà il Liceo di Aristotele.
Ma è dal mondo romano che arrivano le maggiori informazioni sulla concezione antica del giardino, perché è a Roma che gli horti utilitari della città repubblicana diventano gli horti di diletto della prima età imperiale, oltre sessanta a circondare il cuore dell’urbe con una corona verde. Sono gli horti di Sallustio, di Lucullo, di Mecenate, gli horti di Agrippina, madre di Caligola, e i vicini horti di Domizia che ospitavano il sepolcro dell’imperatore Adriano, oggi conosciuto come Castel Sant’Angelo.
Che cosa resta di questi luoghi di delizie, citati e lodati nei testi classici? Soltanto lo scheletro - si rammaricano i curatori della mostra nel catalogo edito da Sillabe con accurati saggi - uno scheletro fatto di architetture, statue e fontane. Solo l’immane catastrofe vesuviana, sigillando nella cenere l’attimo fuggente, consente oggi di ricostruire i giardini di Pompei, i loro arredi e le piante e gli arbusti che li componevano, con l’aiuto delle incantevoli pitture murali dove si riconoscono allori, corbezzoli, rose, oleandri, palme, edere.
Giardini inghiottiti dai secoli, ma il cui fascino è ancora leggibile nei reperti: le erme marmoree, le vasche, le bocche di fontana, i gocciolatoi a protome leonina, i frammenti di fontane ricoperte di mosaico. E gli attrezzi da lavoro e le componenti metalliche: roncole, sifoni, tubi, griglie. E le olle per i fiori. Camminando fra i satiri marmorei e i sileni, sentirete anche il cinguettio degli uccelli. Non è un’allucinazione: fuori c’è Boboli.