Memorie del Village, la bohème a New York

Vi sono libri che hanno difficoltà a essere inquadrati in un genere, e questo incantevole Furoreggiava Kafka. Ricordi del Greenwich Village di Anatole Broyard (Edizioni Sylvestre Bonnard, pagg. 182, euro 16) si presenta più anfibio e polimorfo che mai. Non è autobiografia perché l’io pare soprattutto testimone di un mondo che nella rievocazione si fa romanzo, non è romanzo perché l’io registra senza una trama eventi e persone reali, non è infine saggio perché le argomentazioni eludono ogni criterio di sistematico giudizio e diventano subito intuizione letteraria e creazione poetica. Tale fruttuosa ambiguità sembra riflettere il dilemma identitario dell’autore, che, nato di razza nera, s’adoperò per tutta la vita a passare per bianco. Ma anche a dir così, si è troppo perentori: maestro dell’equivoco e della distanza, del diniego e dell’evasività, Broyard in effetti non s’adoperò, con tenacia o sotterfugio, a cancellare la propria identità razziale: rifiutando che la razza fosse unicamente un fatto di legge naturale, lasciò che la razza lo scegliesse, che fosse una sorta di destino, di «elective affinity».
Era nato a New Orleans nel 1920, di pelle molto chiara, come sua sorella Lorraine, mentre l’altra sorella Shirley era piuttosto scuretta. E la famiglia, quando i figli erano ancora piccoli, s’era trasferita a Brooklyn, dove il padre, gran ballerino e bell’uomo, faceva orgogliosamente il suo lavoro di carpentiere. Anatole frequentò le debite scuole, s’appassionò del cinema e della letteratura che venivano dall’Europa, si iscrisse al Brooklyn College, e a vent’anni, appena prima della guerra, sposò la portoricana Ada, ebbe presto una figlia, chiamata Gala come la moglie di Dalí, e partì per la scuola ufficiali con le poesie di Wallace Stevens nello zaino. Alla fine della guerra, congedato dall’esercito, corredato del suo piccolo assegno di reduce, s’iscrisse alla New School for Social Research, s’immerse in tutti i fermenti del moderno, trovò un appartamento al Village, e si mise a cavalcare la bohème newyorkese, dove non poteva esservi molto spazio per il matrimonio, per Ada e Gala (che partirono per la California).
Furoreggiava Kafka è l’evocazione dell’immediato dopoguerra newyorkese, la cronaca di un’iniziazione, anzi di un’immersione, sentimentale, erotica, culturale, vista attraverso una lente d’ingrandimento, o in una sorta di dilatazione lirica della memoria. «Mai come nel 1946 il Village assomigliò tanto alla Parigi degli anni Venti. Gli affitti erano bassi, i ristoranti economici, e a me sembrava che anche la felicità fosse disponibile a poco prezzo. Strade e locali erano pieni di scrittori e pittori... In Washington Square aspiranti romanzieri e poeti giocavano a pallone vicino alla fontana». Anatole si calò completamente in questa atmosfera e, quando conobbe a una festa Sheri, una vera gatta da pelare, andò a vivere da lei. «Faceva la pittrice e sembrava un’opera d’arte più che una bella donna... Il suo girovita era così stretto che la tagliava in due... Sebbene gambe e fianchi fossero robusti e formosi, la parte superiore del corpo era tremendamente sottile. Quando era nuda, sembrava che la metà superiore cercasse di sgusciare da quella inferiore». Con lei, l’erotismo fu una riscoperta, tutto era esaltante e nuovo e trasgressivo allora, «erano i tempi in cui furoreggiava Kafka, l’epoca dell’action painting e del revisionismo in psicoanalisi», e Anatole seguiva il corso di Erich Fromm, si difendeva dai rivali che assediavano Sheri, compreso William Gaddis (tra quelli non citati), che allora già ruminava probabilmente le sue Perizie.
Broyard, nel libro, l’ha chiamata Sheri Donatti, ma è lo pseudonimo assai trasparente di Sheri Martinelli, modella di Vogue, pittrice astratta e, a quel tempo, una protetta e forse allieva di Anaïs Nin. Dopo la sostanziosa storia con Anatole, bazzicò i più diversi ambienti dell’avanguardia, dalla letteratura al cinema, conobbe Marlon Brando, aprì la sua casa a Charlie Parker e ad altri musicisti jazz, e nel 1951 fu lei la matta a prender contatto assiduo con Pound rinchiuso nel manicomio di St. Elizabeth’s, diventando la sua ultima musa e, a sentir lei, amante, e qualcosa doveva aver beccato nella fantasia del «miglior fabbro» se egli volle intitolare La Martinelli il libretto pubblicato da Scheiwiller nel ’56 quando tornò in Italia, mentre lei svernava nella scena beat, e con Bukowski, in California.
Occorre tenere a freno tutte le riverberazioni e le fantasie che questo libro suscita, e spendere se mai qualche altra parola sul suo autore e sulla singolarità della sua vicenda umana. Dopo Sheri, Broyard tenne una piccola libreria nel Village e pubblicò qualche racconto. Norman Mailer, che li aveva letti, dichiarò, verso la fine degli anni Cinquanta, «Roba veramente di prima classe, questa di Anatole Broyard, comprerò sicuramente un suo romanzo appena verrà fuori». Quell’opera non uscì mai. Broyard divenne un critico letterario e un editorialista e, dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli Ottanta, fu una delle firme più autorevoli del New York Times. I suoi interessi culturali spaziavano con naturalezza e signorilità, pareva egli avesse sulla punta delle dita l’intera letteratura occidentale, di cui poteva discutere con agio e confidenza. Era un bianco? Era un negro? Alcuni suoi conoscenti sapevano la verità, molti avevano sentito voci su un suo «distante» antenato negro (mentre era vero forse l’opposto), i più erano del tutto all’oscuro di un quesito del genere, e questa era la cosa che lui preferiva. Evidentemente gl’importava. Come spiegare diversamente, per fare un esempio di mascheratura identitaria, la sua improvvisa trasformazione, nel ’61, da seduttore impenitente e molto cittadino in family man, che si trasferisce dai sotterranei del Village al verdeggiante Connecticut, in un quartiere residenziale molto wasp, dove vive da wasp con la moglie Alexandra e i figli, ai quali ritiene di non dire mai la sua identità. «La “bugia” della vita di Broyard - scrive Francesco Rognoni nella postfazione a Furoreggiava Kafka - è come una filigrana molto geometrica che d’improvviso, quasi per uno scherzo dell’ottica, diventa visibile da ogni angolazione». La bugia aveva a che fare forse anche con il «blocco dello scrittore», dello scrittore creativo, di cui Broyard aveva sempre sofferto. Nell’89, la svolta. «Ho sempre avuto il blocco dello scrittore finché non m’è venuto il cancro. Adesso tutto scorre» disse alla moglie mentre scriveva queste memorie del Greenwich Village, rimaste interrotte alla sua morte nel ’90.