Le memoriette di Piccioni, da Longhi alle «gaffe» Rai

Q uando Roberto Longhi andava dal giornalaio era solito sfogliare tutti i principali quotidiani per vedere la terza pagina e dopo aver adocchiato la firma dell’elzeviro, la richiudeva subito archiviandola con un: «Si dà per letto». E quando Carlo Bo fu invitato in un palazzo veneziano a visitare una certa stanza con delle pitture antiche, si infilò sulle scale congedandosi con un: «Si dà per visto». L’inappellabilità della grande critica.
Dal diritto di critica ai doveri professionali. Quando la televisione era ancora in bianco e nero, un famoso operatore della Rai ebbe l’incarico di fare delle riprese a Papa Pacelli, l’austero Pio XII, nei suoi appartamenti vaticani. Ma staccò quasi subito l’occhio dalla telecamera. «Non mi viene bene: Santità, il bianco spara», si lamentò. Un altro operatore, destinato anch’egli a una certa celebrità, si recò un giorno con Piero Angela per una ripresa a Papa Montini, Paolo VI. Inquadrò, ma senza decidersi a girare, finché rivolto al Pontefice, con cadenza romanesca, ardì un educato: «Eccellenza, faccia finta di pregare...».
Piccoli episodi di ieri, grande battute per l’oggi. Sono i ricordi, o perlomeno alcuni fra i tanti, di Leone Piccioni, personaggio ingiustamente poco ricordato di una generazione giustamente indimenticabile. Torinese, sulla strada dei 90 anni, critico letterario, studioso nato alla scuola di De Robertis, curatore del primo «Meridiano» Ungaretti, amico e compagno di strada di intellettuali come Mario Luzi, Giorgio Caproni e Carlo Bo, Piccioni ha scritto un capitolo nobile della nostra critica letteraria, dentro il quale c’è anche un pezzo di storia d’Italia, e persino una pagina non trascurabile della nostra televisione: assunto in Rai nel 1946, ne è stato vicedirettore dal ’69 al ’91, curando fra l’altro la trasmissione L’Approdo letterario alla quale chiamò a collaborare gente come Betocchi, Gatto e Bacchelli, e al cui archivio dobbiamo molto della memoria storica del Novecento. Ed è alla memoria personale di Piccioni, invece, che dobbiamo gli aneddoti sui “Papi” della critica e sui pontefici romani citati nel nostro incipit. Ricordi che insieme a tanti altri compongono le sue divertenti Memoriette (stampate da Pananti): ritratti fulminanti di personaggi sconosciuti e insieme di nomi leggendari del ’900, da De Gasperi a Ungaretti, da Malaparte a Togliatti, da Burri a Gadda (a cui è dedicata un’intera “paradossale” sezione). Un libretto memorabile, appunto, cui fa il paio quello che raccoglie invece le Vecchie carte e nuove schede (ed. Nicomp) di Leone Piccioni, ossia sessant’anni di sue letture e giudizi, dal 1950 a oggi: cioè vecchi maestri, da Landolfi a Pomilio, e nuovi narratori, da Del Giudice alla Mazzantini... Si parva licet.