MENEGHELLO Un gigante di provincia

Grande saggista e memorialista, dei suoi libri ha detto: «Sono nati quando hanno voluto loro, non io»

Gli ottantacinque anni saranno forse un’età ragguardevole, che induce a riconsiderare quanto giace di ultimato e fermo alle nostre spalle, più che non indurci a guardare in avanti. Ma per Luigi Meneghello (e per qualche altro superstite della sua generazione: il primo nome spendibile in proposito è quello del suo amico e corregionale Andrea Zanzotto), pareva che le cose andassero diversamente; e che ogni sua impresa di scrittore, anche quelle retrospettive cioè ambientate nel passato, si giovasse di una voglia di sondare, di sperimentare che la assegnava a un presente colmo di curiosità del futuro. Si pensa alle opere ch’è d’obbligo definire «minori», quali i Trapianti (dall’inglese al vicentino), pubblicati nel 2002, arguta selezione di testi di antichi e moderni - Shakespeare e Hopkins, Yeats e Cummings - dove spiccano varie scene dell’Amleto ridotte nella lingua di Malo; o ancora ai tre volumi di Carte, che raccolgono - registro più piccante che greve, in bilico fra zibaldone e diario - decenni di riflessioni ed esperienze personali ma sempre inserite nella cornice di una società che lo condiziona.
È risaputo che i luoghi di Meneghello sono essenzialmente due: il paese che gli diede i natali nel 1922, Malo, eternato ma non esorcizzato nel più spiritoso e famoso dei suoi titoli (Libera nos a Malo, 1963), e Reading, la città inglese, sede di una università in cui Meneghello mise piede nel ’47 riuscendo per gradi a impiantarvi e a consolidarvi, certo non lui da solo, un ottimo dipartimento di studi italiani. Ebbene, a Reading naturalmente si legano parecchie tra le occasioni e meditazioni delle Carte; e in una raccolta del 1997, La materia di Reading (1997), tendono a completarsi gli argomenti di uno dei più bei libri meneghelliani, Il dispatrio (1993), tracciato di un’autobiografia a suo modo esemplare, folta di episodi ameni (basti citare quello di Montale in visita a Reading accompagnato da Moravia e dalla Morante) ma anche intessuta di una mestizia dovuta a coraggiose rinunce: del coraggio gliene era occorso, a Meneghello, per abbandonare il suo nido in terra altovicentina e trasferirsi assai lontano: anzi, per accettare la sorte del «dispatrio».
Ma è ovvio che Malo restava ben altro che un provvisorio riapprodo per i mesi delle vacanze. Affabulatore, anche orale, di genio e di rango, più di quel che non appartenga alla stirpe dei «narratori» di professione, Meneghello racconta del proprio microcosmo originario (a cominciare da un esordio che non fu precoce) il costume e la grammatica, proiettando su un medesimo piano e liberando in un medesimo campo di eventi la variegata specificità espressiva di un idioma e il cammino che vi compiono i suoi locutori. Dei quali si rievoca in Pomo pero e in Fiori italiani una formazione - pedagogica e sentimentale - che include sùbito la difficile convivenza tra l’italiano delle scuole e il dialetto delle famiglie. Nel recente (1906) Meridiano di Opere scelte (introdotto da un suo illustre collega, Giulio Lepschy, e con apporti critico-biografici di Francesca Caputo e Domenico Starnone), questo itinerario lo possiamo seguire agevolmente: dopo di che, si procede fino a quel punto decisivo che sono I piccoli maestri, ingorgo e (parziale) snodo tra un lieve clima goliardico e l'urgere della Storia da fuori.
Un’acculturazione tradizionale - ginnasio, liceo, università - si completa nella Padova dei primi anni ’40, dove non tutti i professori sono preparati a digerire i nuovi poeti, Montale e adepti, che Meneghello predilige e impara a mente, sceverando il grano dal loglio, l’eleganza di un mottetto da certe grottesche acrobazie di Ungaretti o di Quasimodo (il lettore si godrà queste pagine esilaranti). Ma arriva il ’43, i nodi vengono al pettine, Meneghello e i suoi compagni migliori scelgono di darsi alla macchia: partigiani per uno spirito di umana decenza che non ardirebbe mai proclamarsi eroico. A dispetto di una trasposizione filmica men che mediocre, a I piccoli maestri, oltre che a Libera nos a Malo, si affida la notorietà di uno scrittore che ha puntellato come pochi altri san fare o hanno fatto l’universo della sua letteratura con un agguerrito gruppo di interventi saggistici e memorialistici che «spiegano» o meglio «radicano» l’opera in uno dei suoi due terreni: e qui, trattandosi di radici, Malo conta e sprona più di Reading.
Nel Meridiano è incluso fortunatamente anche Jura, serie indispensabile a comprendere uno stile, quel continuo incrociarsi di empirismo autobiografico e di avvisi di qualcos’altro di meno aleatorio, di (relativamente) programmato. Ma questo autore, così estraneo alle sollecitazioni della pura fantasia, e che riesce singolarmente e sorprendentemente «nuovo» negli innesti, nel citare e contaminare l’altrui col proprio, dei suoi libri poi dichiara o rivendica una sorta di oggettiva autonomia e prepotenza: «Sono nati quando hanno voluto loro, non quando ho voluto io».