Il «Meridiano» Mishima: grandiosa tetralogia di un gigante solitario

Buddismo, psicanalisi, arti marziali, culto della bellezza: la visione della vita e del mondo nelle opere dal 1963 alla morte

Il giorno di Capodanno del 1946, mentre a Tokyo l’imperatore Hirohito sconfessa la propria origine divina e la propria discendenza dalla dea del sole Amaterasu con il Ningen Sengen (Proclama della natura umana), certamente il più sconvolgente tra gli effetti della sconfitta del Giappone, un giovane borghese, Hiraoka Kimitake, avviato dalla famiglia a una carriera ministeriale, si reca in visita al grande scrittore Kawabata e gli sottopone un breve racconto intimista per averne un giudizio. Quel giovane emaciato, riformato alla visita di leva, diventerà famoso con il nome di Mishima, e Kawabata resterà il suo maestro e mentore per tutta la vita. Se rileggiamo l’opera intera di Mishima, come ora ci permette di fare il secondo volume del Meridiano a lui dedicato, Romanzi e racconti 1962-1970, appena pubblicato da Mondadori a cura di Maria Teresa Orsi (pagg. 1872, euro 55), vediamo che tutto l'itinerario dell'autore giapponese è sorretto da un estetismo intimo e problematico e da una concezione politico-utopica-spirituale della letteratura, sommamente inattuale e sommamente affascinante.
Mishima si costruisce una vita emblematica. Che, al contrario di quanto molti credono, più che a quella di D’Annunzio è avvicinabile a quella di Ezra Pound. Quel Pound che, prigioniero nella gabbia di Pisa, rivendica la propria dignità di «scriptor» sulle rovine d'Europa. Sulle rovine del Giappone, Mishima crede di poter ancora combattere una battaglia per il primato dello spirito sulla materia, per restituire all’Imperatore il suo controllo sulla finanza e sull'industria, la cui potenza è spesso in mano, si legge in una sua pagina, a «bande criminali». Dovrà arrendersi alla fine. Anche lui entrare nel novero di coloro che hanno trovato la propria nobiltà nella sconfitta.
La foto sulla sovracoperta di questo secondo Meridiano ce lo mostra in divisa, in uno sprezzante ma anche pensieroso, quasi rassegnato atteggiamento militaresco, ben diverso ormai dal giovane letterato dallo sguardo mite e triste di qualche decennio prima. È la foto scattata il 25 novembre del 1970 mentre dal balcone di una caserma occupata con i suoi pochi seguaci arringa i soldati, che non sanno che farsene delle sue parole sull’imperatore e sul destino del Giappone. I soldati ridono, schiamazzano. E lo scrittore sta per compiere il suo destino con il rituale suicida del seppuku. Proprio quella mattina, all’alba, ha scritto le ultime parole del quarto volume della sua tetralogia: parole conclusive in cui Honda Shigekuni, il protagonista assoluto dell’opera, afferma di essere venuto «nel luogo del nulla, dove ogni ricordo è cancellato». Mentre intanto «il sole estivo inondava la quiete del giardino».
Tra il nulla che cancella e il sole che ritorna si inscrive la concezione di questo gigante solitario e anomalo della letteratura del Novecento. Già concepire una tetralogia ha qualcosa di fuori tempo, di grandioso, di wagneriano. C’è in Mishima il culto della foresta germanica e del pantheon romano: a questo pensa quando riflette sull’alleanza del Giappone con la Germania e l’Italia, non a Hitler o a Mussolini, ma ad una nuova, inedita amicizia tra i «meravigliosi e virili» dèi pagani d’Oriente e d’Occidente. Il titolo della tetralogia è Il mare della fertilità e la sua composizione va dal 1965 al 1970. Il primo volume, Neve di primavera, è anche quello con più effetti di estetismo, ma un estetismo complesso. Basterebbe analizzare la pagina iniziale che descrive la fotografia che nella casa del barone Matsugae, il padre di Kiyoaki, protagonista del libro, raffigura una scena della guerra russo-giapponese, piena di effetti pittorici, culturali, storico-artistici, e con riferimenti alla sofferenza, al rituale e alla religione. Un estetismo che dà ai simboli, e qui principalmente a quello della neve, il loro valore di conoscenza filosofica, arcana.
Il secondo volume si intitola A briglia sciolta. Con una tecnica di rimandi come musicali, con una specie di fede nella metempsicosi, vi ritroviamo il personaggio di Honda, quello di Iinuma, e vediamo che il figlio di quest’ultimo, Isao, appare come una reincarnazione di Kyoaki, o una incarnazione perenne della giovinezza. In Il tempio dell'alba, Honda viaggia per l'Asia, illustra l'essenza del buddismo «theravata» della Thailandia, e arriva a Benares, la Gerusalemme dell'India, tra «santità e lordura». Anche nell'ultimo volume, La decomposizione dell'angelo, bellissime pagine di viaggio si intercalano a pagine di riflessione storica e politica, condotte con particolare forza polemica. Eros e morte sono temi costanti nelle pagine della tetralogia, dalla passione rovinosa di Kiyoaki per Satoko ai giochi senili d'amore di Honda con Keiko. Entrambi sanno che la vecchiaia è una malattia. E li vediamo all'Hotel Excelsior di Roma mentre una bellissima ragazza siciliana raccolta a Via Veneto dà loro gli ultimi brividi di vita, e i primi presagi di fine.