La Merkel punta tutto sui tedeschi orientali

«Sono cresciuta qui - ha detto - conosco i vostri problemi»

Salvo Mazzolini

da Magdeburgo

Sono le otto di sera quando Angela Merkel arriva nella Domplatz di Magdeburgo, una delle tappe più difficili della campagna elettorale. Magdeburgo è la capitale della Sassonia-Anhalt, uno dei Länder orientali più colpiti dalla disoccupazione, oltre il 20%, quasi il doppio della media nazionale, con punte che sfiorano il 40%. Una situazione drammatica non molto diversa da quella degli altri Länder dell’Est, i cui sbocchi elettorali non sono però chiari. Il malessere generale potrebbe imprimere la spinta decisiva per un cambio di potere a Berlino ma potrebbe anche favorire i postcomunisti che qui si presentano nei panni di partito estremista di protesta. I sondaggi segnalano che il partito della Merkel, la Cdu, è in testa ma segnalano anche che l’avanzata postcomunista a Est potrebbe impedire alla Cdu e ai suoi alleati liberali di raggiungere quella maggioranza assoluta necessaria per formare una coalizione di centrodestra. È quindi qui, nei Länder orientali, più che nella parte occidentale, che si combatte la partita decisiva per la guida del Paese.
Quando Angela Merkel arriva nella Domplatz, trova uno scenario che ben riflette le divisioni dell’elettorato orientale. C’è chi applaude e chi fischia, sostenitori e disturbatori. Chi alza cartelli con la scritta “Angie Bundeskanzlerin” (Angie Cancelliera) e chi alza cartelli con la scritta “Angie nein danke” (Angie no grazie). Angie, questo il soprannome della Merkel, mantiene la calma e la sicurezza di sempre. Quando attraversa la folla per raggiungere il palco, sorride appena a chi la applaude e ignora chi la fischia. Si capisce subito che sa come padroneggiare la situazione. Qui lei è cresciuta, per un lungo periodo della sua vita è stata cittadina della Ddr. Un tasto sul quale batte più volte nel suo discorso. «Ho trascorso la mia infanzia a Templin nel Brandeburgo, non lontano da qui. Nessuno meglio di me può capirvi perché i vostri problemi li ho avuti anche io e posso assicurarvi che non li dimenticherò». Per un attimo non si sentono fischi, ma solo applausi. Veste un tailleur, pantaloni color grigio ministeriale di taglio talmente severo che sembra una divisa. Niente gioielli, scarpe senza tacchi. Se non fosse per l’acconciatura dei capelli, creata da un noto stilista di Berlino, tutto in lei conferma che per molti aspetti è rimasta una tedesca dell’Est. Per lunghi anni ha insegnato fisica nelle scuole superiori e quando parla si sente subito che la sua è una formazione più scientifica che politica. Risparmia le frasi ad effetto, le concessioni agli umori della folla. Descrive i problemi, analizza cause e conseguenze, indica i possibili rimedi.
«Il nostro problema - dice - è lo spaventoso declino dell’economia. Non sono io a dirlo ma i dati: quasi cinque milioni di disoccupati, conti pubblici fuori controllo, crescita tra le più basse d’Europa, 40mila imprese che falliscono ogni anno. E a subirne le conseguenze è sopratutto l’Est del Paese, la parte più debole». Poi passa a elencare le cause. «Soprattutto tre sono le cause del declino. Troppi ostacoli burocratici per chi vuole aprire un’impresa, troppa rigidità nel mercato del lavoro, troppo alti i costi del lavoro non perché sono alti i salari ma perché troppo alti sono i contributi previdenziali». Elencate le cause passa ai rimedi. «Il nostro programma prevede un aumento dell’Iva del 2% da utilizzare per ridurre i contributi previdenziali e quindi il costo del lavoro. Ma questo non significa che aumenterà la pressione fiscale perché ci sarà una riduzione delle aliquote massime e minime. Inoltre intendiamo ridurre la burocrazia per attrarre gli investimenti e introdurre maggiore flessibilità nel mercato del lavoro non per incoraggiare i licenziamenti ma per incoraggiare le assunzioni».
Più che un comizio sembra una lezione di economia. Ma forse è proprio questo che Angie vuole: apparire non come una candidata che fa promesse ma che cerca un rapporto serio e onesto con gli elettori. Alla fine del discorso, viene intonato l’inno nazionale. Poi saluta la folla, come sempre sorride appena e se ne va. Gli applausi non sono scroscianti, ma i fischi sono diminuiti.