Metti una sera a cena con Lulù degli Abissi

Esce oggi il nuovo romanzo di Isabella Santacroce, seconda parte della sua trilogia "estrema". Ne abbiamo parlato a tavola con lei. Non tollera la luce e le persone ma vuole bene a chi sta ai suoi antipodi

Io e lei siamo agli antipodi, ci penso anche mentre la porto a cena nel ristorante giapponese Zen Sushi, uno dei più fighettini di Roma, dove trovi di tutto e di meno, da Alessia Marcuzzi a Luca Barbareschi a mezzo funzionariato Rai dei piani alti, essendo a due passi da Viale Mazzini. Perché la porto qui? Perché, essendo così diversi, mi tranquillizzo in un luogo alieno per entrambi? Comunque sia prenoto un tavolo, niente sushi bar, tavolo a due e lume di candela, anche se in questi posti radical kitsch tengono le luci così forti che non si capisce perché mettano le candele.

Isabella è la divina scrittrice che dice «Io sono la sposa di Cristo», e non lo dice solo nelle presentazioni o in televisione, lo dice addirittura a me, e io le rispondo «Ma chi sei, Giuliano Ferrara?». Isabella è quella che dice «Sono la prescelta da Dio», e io «Da chi? Scusa non ho capito, il mio filtro antimetafisico non mi fa sentire la parola che hai detto», e lei mi disarma sempre con un «Cioè?», e io la adoro come una santa, cos’altro mi resta da fare, d’altra parte si chiama Santacroce.

Inoltre appena conosciuti, mi ha ribattezzato subito «Alano maldestro», e non ho mai capito il perché, né dell’alano né del maldestro. È da quando la conosco che sono un alano, mi sorprendo di non abbaiare ancora. Isabella, che fa così paura, che si presenta con maschere agghiaccianti o urla al pubblico «Non voglio essere fotografata!» è in realtà una bambina meravigliosa da proteggere, come la piccola Lulù Delacroix che esce oggi per Rizzoli nella collana 24/7. Sono contento che Isabella-Lulù abbia lasciato Elido Fazi, non per gelosia ma perché non sopporto Fazi. Non sopporto neppure Camillo Langone, di cui è o era amica, ma almeno, dei due, fuori uno. Questo in uscita è il secondo voluminoso romanzo della sua trilogia, il primo è V.M. 18, il terzo «lo scriverò in una torre, sarà un libro di mille pagine, sono già stata a vederla, una torre nel bosco». Stasera, sopra le immancabili francesine, indossa un vestito nero corto («che mi fa apposta una sarta» di non ricordo dove), e sul braccio sinistro ha una fascia rossa con la stella di Davide («ma ne ho anche un’altra, con la svastica, le alterno», puntualizza, a scanso di equivoci).

Isabella è ossessione pura, sprofonda nei suoi libri con tutta se stessa, perché «scrivere non è come imparare il tip-tap, ogni volta devi ricominciare daccapo». Anche lei, come me, divide la «narrativa» dalla «letteratura», e quindi talvolta facciamo il gioco di chi è solo narrativa e chi letteratura, stabilendo che in Italia sono tutti «narrativa», più o meno. Tranne noi, ovviamente. Una volta le ho scritto «Io e te siamo come Flaubert e George Sand» e lei «E chi dei due è Flaubert?», e lì abbiamo litigato. Se la guardo e sorrido lei mi chiede «Perché ridi?» e io ogni volta «Sto solo sorridendo». Oh, in ogni caso solo lei può chiedermi, a bruciapelo: «Sai dove si trovano degli animali giganti meccanici?» o postarmi in bacheca su Facebook video di bambole giapponesi parlanti alternati a uomini squartati oppure tenerissime scene di Bambi di Walt Disney. Oppure foto di alani.

«Una torre nel bosco, ma non hai paura?». «No, è bellissima, vieni con me alano?». «C’è il wireless almeno? Io non potrei mai senza wireless». Isabella si guarda intorno, cerco di capire se qualcosa la disturba, sta fissando con odio uno che potrebbe essere uno dei due Mazzi, Don Mazzi o Gianmarco Mazzi, che però adesso saranno entrambi a Sanremo. Invece penso che ho fatto bene a venire qui, in questa zona siamo Stella-di-Davide-compatibili, se l’avessi portata a San Lorenzo, quartiere di estrema sinistra, avrei rischiato una rissa per difenderla, se l’avessi portata a Piazza Vescovio, quartiere di estrema destra, idem. Almeno con la svastica o con la falce e martello avrei saputo dove andare. «Nella torre non c’è neppure la corrente, alano». «Senza corrente? Io non potrei mai. E farmacie vicine?». «No, ti ho detto che c’è il bosco e basta, voglio andare nella torre del bosco, vieni con me?». «Non posso». «Perché? Non mi vuoi bene allora». Lo so, siamo agli antipodi, è questo il bello. Lei fa perfino la spesa al biologico, orrore, e mi consiglia intrugli di erbe che subito dimentico, mentre io le consiglio bromazepam, citalopram, triptani, ketoprofene, naprossene sodico, e rabeprazolo sodico per il reflusso gastroesofageo («Ma non ho il reflusso, alano». «Prendilo lo stesso, Isabel, per prevenire»). Nessuno dei due riesce a convertire l’altro, ma io mi incazzo sempre, lei ride e dice «Alano sei buffo», mentre se sorrido io lei dice sempre «Perché ridi?». Io e Isabella siamo agli antipodi e ora, mi confessa, non le piace questo ristorante, non sopporta le persone, non sopporta la luce. Io la assecondo, tanto ormai abbiamo quasi finito. «Mi vuoi bene?», fa.

«Sì ma nella torre non ci vengo». «Oppure negli abissi» dice, e mi chiede di versarle della birra, «fino a qui» fa indicando il bicchiere, a metà tra la bambina viziata e una regina benevola che ti dà un ordine che potresti anche disattendere, potrebbe ucciderti ma anche accarezzarti. «Come dici scusa?». «Negli abissi, vorrei scriverlo negli abissi dell’oceano, il mio prossimo libro». «Mi sa che dovrai accontentarti della torre. Ma Lulù Delacroix, com’è? Dimmi qualcosa». «È un abisso, e una favola. Un libro indescrivibile, devi leggerlo». «Certo che lo leggerò». «Mi vuoi bene?». «Certo che ti voglio bene». «Ti piace Emily Dickinson? In lutto mi occultavo tra i bambini. Come chi ha perduto un regno. Unico principe spodestato... È un indizio, c’entra con Lulù...». Quando usciamo siamo un po’ ubriachi, è mezzanotte, lei comincia a svegliarsi ora, io ho sonno, ci trasciniamo fino a Piazza Navona, io, lei e la Stella di Davide.

Siamo agli antipodi, è vero, ma potremmo fare le guardie militari, di solito io mi sveglio alle cinque di mattina, lei va a letto alle sette, nel mezzo ci scappano perfino due ore di buco per telefonarci, volendo. Siamo agli antipodi, lei vola negli abissi, io sprofondo nei buchi neri del cosmo e nel Dna, ma «per comprendersi pensare diversamente è ai miei occhi essenziale», scriveva Valéry, e in fondo non siamo poi così diversi, lei è bellissima e scrive i libri degli abissi come io scrivo contro l’uomo e contro l’esistenza, e però, quando sono con Isabella, sono solo un alano, e perfino maldestro.