«Mi vergogno di aver giocato all’Heysel»

«Vent’anni fa siamo stati costretti a scendere in campo, ma avremmo dovuto rifiutarci. Solo il giorno dopo abbiamo conosciuto la portata della tragedia»

da Roma
Trentanove morti, tantissimi feriti: la notte del 29 maggio 1985, allo stadio belga dell’Heysel, in occasione della finale di coppa dei campioni (come si chiamava in quegli anni l’attuale Champions league) tra la Juventus e il Liverpool, si è consumata una delle più gravi tragedie legate al mondo dello sport. Marco Tardelli, allora centrocampista della Juventus e della nazionale (si ricorderà la sua corsa di tre anni prima, dopo aver segnato alla Germania nella finale mondiale), torna sul gravissimo episodio per ricordare: «All'Heysel era impossibile rifiutarsi di giocare. Quando è stato deciso di scendere in campo non ci potevamo tirare indietro, e poi non conoscevamo bene quanto era avvenuto. Delle dimensioni della tragedia sono stato avvertito il giorno dopo quando, partendo con la nazionale per andare in Messico, sull’aereo ho potuto leggere i giornali». Particolari e sensazioni di quella terribile nottata sono state raccontate da Tardelli in un'intervista a Gianni Minoli, inserita nel programma «La storia siamo noi», intitolata «Heysel - La finale maledetta» e andata in onda lunedì su Raidue.
Nonostante 39 tifosi fossero morti schiacciati, calpestati dalla folla, le due squadre, Juventus e Liverpool, sono scese in campo e hanno giocato. E la finale della coppa dei campioni ha avuto comunque una squadra vincitrice. «Sapevamo che c'erano dei problemi, non questi problemi - racconta Tardelli - si parlava di un morto o due, non di questa tragedia».
E ancora: «È vero che c'erano dei giocatori che avevano già fatto la doccia, come Platini e qualcun altro. Nessuno aveva voglia di giocarla, quella partita: era abbastanza normale, però bisognava scendere in campo. Non si poteva non giocare quando qualcuno ha detto che la partita era valida, era anche irrispettoso verso i nostri tifosi».
L'ex juventino afferma di essersi pentito di avere giocato quella partita e come lui altri suoi compagni: «Noi ci siamo sempre pentiti. Non ho mai sentito la coppa dei campioni di Bruxelles come una vittoria, è stata la sconfitta per tutto il mondo del calcio e per tutto il mondo sportivo e non solo sportivo».
Pentiti anche di avere festeggiato la vittoria sotto la curva: «Non dovevamo andare a festeggiare la vittoria sotto la curva, l'abbiamo fatto e sinceramente in questo momento chiedo scusa. l tifosi ci hanno chiamato e siamo andati. In quel momento sembrava giusto festeggiare ma, anche se noi allora non conoscevamo la portata della tragedia, in questo momento mi sento in dovere di chiedere scusa».
Purtroppo l'Heysel non è stato l'ultimo episodio di violenza nel calcio: «È capitato - prosegue Tardelli - anche a Inter-Milan pochi mesi fa. Non è cambiato niente, il calcio sarà sempre così: se il mondo del pallone non si guarderà negli occhi per decidere che è indispensabile prendere provvedimenti forti, non ci sarà mai un rimedio».
Domani, pensa Tardelli, ex giocatore ma soprattutto innamorato del calcio, potrebbe già essere troppo tardi.

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