«La mia Islanda tra fuoco ed eroi»

Chi si sente atterrito dall’horror pleni di un mondo saturo di suoni e segnali - ben descritto da Gillo Dorfles nel suo ultimo libro - dovrebbe fare un tuffo nel profondo Nord europeo, dove ancora una certa letteratura resta indifferente al fragore di un tempo accelerato e travolgente. Thor Vilhjálmsson viene dall’Islanda, da Reykjavík. Ha 83 anni ed è il più importante scrittore contemporaneo del suo Paese. Insignito del Premio dell’Accademia Svedese nel 1992, tra i suoi libri ricordiamo Il muschio grigio arde e Cantilena mattutina nell’erba, editi da Iperborea. Lo abbiamo incontrato a Milano. Allure candida e parole che scorrono lievi; e che via via prendono la forma di suoni, fragranze e vibrazioni.
Signor Vilhjálmsson, in che modo la natura ha influenzato la sua scrittura?
«Il paesaggio islandese è la più grande lezione di poesia. Da noi la natura è potente, drammatica, con montagne che ogni tanto sputano fuoco. Nel corso dei secoli hanno eruttato così tanta lava da coprire buona parte del Paese. È una terra che ha prodotto eroi medievali temerari e magnifiche saghe, come la Sturlunga saga. Non potevano che nascere da queste parti. Luis Borges è venuto in Islanda due volte, l’ho conosciuto, è rimasto folgorato dalla nostra cultura. Ho convinto anche Robbe-Grillet a venire. Era stupito del fatto che in Islanda ci fossero soltanto 300mila persone. L’ho rassicurato e gli ho detto che d’inverno raddoppiano, fra tutti quegli spettri e quei fantasmi che ci vengono regolarmente a trovare...».
Un ricordo d’infanzia?
«Il mare è stata la mia vera università. Si andava in barca. I vecchi pescavano. Barcollavano e raccontavano storie per intrattenere noi giovani. Quando avevano esaurito il repertorio se ne inventavano altre. Anche mio nonno, senza saperlo, era uno straordinario poeta. Da bambino trascorrevo le estati con lui, a Húsavik, un paesino di poche anime. Era un uomo bellissimo, forte, un lupo di mare. Sapeva tutto sulla natura, la mutevolezza delle luce, dell’acqua... Era un uomo di azione, ma sapeva recitare interi cicli epici incantando chiunque. Non a caso era un idolo delle donne. Quella era gente che lavorava e basta, fino alla morte. Ma allora il tempo era un tempo vero. Oggi che cos’è il tempo? Solo fretta, confusione, caos. E la vita scorre senza che uno se ne renda conto, senza capire davvero... Io penso che ognuno di noi si debba scegliere un’illusione, quella che più gli piace, e poi portarla avanti con cura, finché può».
Il bel tempo andato: ogni generazione in là con gli anni dice spesso così...
«Riguardo la letteratura, senz’altro una volta era meglio. Ricordo un importante editore italiano, moltissimi anni fa, che in un libro si scusava con i lettori per la qualità scadente della carta, causa mancanza di quattrini. Oggi la letteratura vuol dire soprattutto profitto. Dov’è finita la passione? Ci sono sempre meno editori che sanno scegliere e curare il prodotto come dovrebbero. Un editore intelligente deve saper scegliere e curare. E questo non vuol dire rinunciare al guadagno».
C’è ancora posto per il poeti, in questo mondo?
«Non è una domanda da fare agli scrittori. Devono rispondere gli specialisti e dire loro che cosa bisogna fare con la poesia. Ognuno poi risponde a se stesso. Se uno vuole, la legge, se no, la butta via. Il poeta si limita a scrivere».