La mia sfida per l’America

Fred Thompson

Molti americani si preoccupano di come stanno andando le cose oggi. Alcuni temono che sia all'inizio di un declino. Lo abbiamo già sentito questo malessere. Naturalmente la questione Irak occupa gran parte di queste preoccupazioni. Non solo sta diventando difficile, ma il nostro sforzo viene attaccato su tutti i fronti, da quelli che qui da noi lo utilizzano per basse ragioni di politica, alle critiche che ci arrivano da tutto il mondo.
Persino mentre godiamo dei benefici di una delle migliori situazioni economiche che abbiamo mai avuto, la gente sembra incerta e solleva preoccupazioni circa la competizione globale o la crescente disparità economica tra i nostri cittadini. Queste sono sfide, ma il modo in cui intendiamo reagire a esse è più importante delle sfide stesse. Alcuni vogliono, laddove è possibile, che ci ritiriamo da un mondo così pieno di problemi, sperando che così essi possano sparire. Alcuni ci spingono verso politiche di commercio protezionistiche. Altri vedono una soluzione nell'aumento delle tasse.
LA QUESTIONE FISCALE
È tutto sbagliato: queste sono politiche difensive, disfattiste che hanno dato prova di aver fallito, e non sono ciò di cui ha bisogno l'America. Le tasse sono necessarie, ma non rendono più ricco il Paese: esse spostano semplicemente il denaro dal settore privato allo Stato. Ma le tasse sono anche un peso per la produzione, perché scoraggiano le persone dal lavorare, risparmiare, investire e correre dei rischi. Alcuni economisti hanno calcolato che oggi ogni dollaro in più raccolto dallo Stato con l'aumento dell'aliquota di tassazione del reddito rende il settore privato più povero di due dollari. Questo per me significa una sola e semplice cosa: le aliquote delle imposte devono essere le più basse possibili. Non è nulla di ideologico, né è una grande intuizione: è l'aritmetica del buon senso. Quando ci furono i tagli alle imposte con il governo Kennedy negli anni Sessanta, l'economia ebbe un boom. Quando Reagan abbassò le tasse nel 1981, passammo da una situazione di malessere economico a una nuova alba americana. E quando George Bush diminuì le tasse nel 2001, riuscì a portare l'economia in declino che aveva ereditato a una fase di espansione economica, nonostante l'11 settembre, la bolla del Nasdaq e gli scandali aziendali.
I CONTI PUBBLICI
Direi che il flusso di cassa per il governo sta andando già molto bene. È giunta l'ora di considerare seriamente cosa stiamo ottenendo per il nostro «investimento» nel governo. Da diversi anni, molte funzioni del governo federale sono decadute a uno stato penoso di cattiva gestione e mancanza di responsabilità. Ora, le mancanze del governo hanno colpito la nostra sicurezza nazionale e ricevono quindi molta più attenzione. La crescita della presenza dello Stato non risolve questi problemi, semmai li causa. Il nostro atteggiamento dovrebbe essere: lasciamo fare al governo federale quello che dovrebbe fare, in modo competente. In tal caso, potremo anche dargli qualcos'altro da fare. Il governo potrebbe iniziare garantendo sicurezza ai confini nazionali: una nazione sovrana che non sa fare questo non è una nazione sovrana. Solo secondariamente questa è una questione d'immigrazione: è principalmente una questione di sicurezza nazionale. Venti anni fa ci è stato detto che se avessimo prodotto una soluzione globale, avremmo risolto il problema dell'immigrazione illegale. Dodici milioni di clandestini dopo, ci viene ridetta la stessa cosa. Non credo che la maggioranza degli americani sia tanto preoccupata dei 12 milioni che sono già qui, quanto dei prossimi 12 milioni e degli altri 12 milioni che li seguiranno. Credo che stiano pensando: «Dimostrateci che siete in grado di difendere i confini e allora le persone di buona volontà penseranno a risolvere il resto dei problemi, proteggendo tutti quelli che rispetteranno le regole».
LE GENERAZIONI DEL FUTURO
Parlando di riforme e della nostra economia, non c'è niente di più urgente del destino che attende i nostri programmi Social Security e Medicare. Dicono che questi programmi stiano andando in bancarotta. Non andranno in bancarotta. Il problema dello stabilire chi ha diritto alle prestazioni è continuamente rimandato, e la premessa pare essere che la nostra generazione è troppo avara per aiutare la prossima generazione. Credo che sia vero il contrario: se, per esempio, i nonni ritengono che un loro piccolo sacrificio possa aiutare i loro nipoti, risponderanno positivamente a una richiesta credibile di questo sacrificio, cioè se credono che il loro sacrificio non andrà a finire in qualche buco nero del governo.
Citerò il mio amico Tom Coburn, senatore dell'Oklahoma. Mi ha detto: «Si parla molto di questioni morali, ma la questione morale più grande per la nostra generazione è che stiamo mandando in bancarotta la prossima generazione. La gente dice di voler cambiare la situazione. Ecco, potremmo cambiare per davvero la situazione delle generazioni future».

Fred Thompson
*Ex senatore
del Tennessee, candidato alle primarie del partito repubblicano