«La mia vita a oltrepassare frontiere»

Incontro con lo scrittore polacco considerato il «re dei reportage». Nei suoi libri ha narrato quasi mezzo secolo di viaggi nel mondo (senza dimenticare la passione per la poesia)

Qualcuno lo chiama il «principe del reportage», qualcun altro smentisce, per poi chiamarlo però il «re del reportage». Nei suoi «pezzi», coltivati tra giornalismo e letteratura, affiorano destini umani e volti umani. La sua è una relazione pacata e saggia, non priva di una certa malinconia. Compassionevole. La storia la guarda dal basso ponendosi sullo stesso piano dei suoi eroi miseri, diseredati. «Il mio argomento principale è la vita dei poveri», confessa. Da bambino è stato povero anche lui. Capisce, sa ascoltare. Sorride con un sorriso aperto e sincero. La sua stretta di mano è decisa.
Ryszard Kapuscinski è uno dei maggiori scrittori polacchi. Le sue opere, tradotte in trenta lingue, gli hanno dato una fama mondiale. In Italia sono stati pubblicati da Feltrinelli La prima guerra del football, Il Negus, Shah-in-shah, Imperium, Ebano, In viaggio con Erodoto, oltre al Taccuino d’appunti, la sua prima raccolta completa di poesie, edita da Forum.
Kapuscinski, con questo libro ha viaggiato di nuovo: questa volta ha compiuto il viaggio poetico, alla riscoperta dell’animo...
«Io ho praticamente cominciato dalla poesia. Scrivevo e pubblicavo poesie sui periodici letterari polacchi quando ero ancora al ginnasio. Dopo ho avuto un lungo periodo di pausa, anche se mi sono sempre tenuto in contatto con la poesia, come lettore. E oggi, di tanto in tanto, torno a scrivere i versi. La poesia non è sicuramente il mio principale mezzo d’espressione, ma è importante come scuola di linguaggio, come patrimonio spirituale. Oggi viviamo nel mondo della comunicazione di massa, dove, però, la qualità della lingua, la sua belezza, il suo valore, sono sottovalutati quasi fossero senza importanza. Invece senza la cultura della lingua non esisterebbe la cultura stessa. A mio parere la possibilità di sopravvivenza della cultura di ogni Paese dipende dalla ricchezza, dalla spontaneità, dalla sincerità della sua lingua, dalla facoltà di una nazione di esprimere il mondo attraverso la propria lingua».
Che cos’è per lei il viaggio?
«Il viaggio per me è la forma della vita. Continuo a viaggiare da quasi mezzo secolo. Sono sempre in cammino, o perché fisicamente mi trovo in viaggio, o perché quando non ho la strada sotto i piedi mi sto preparando per rimettermi in cammino, e anche questo in un certo senso significa essere in viaggio. La nostra vita è una strada. Per alcuni in modo metaforico, per altri nel senso proprio della parola».
Da giovane giornalista lei desiderava fortemente oltrepassare la frontiera, in quel tempo la più difficile da superare: la frontiera della Polonia. E finalmente accade il miracolo, quando il suo caporedattore decise di mandarla in India, come corrispondente. Da allora ha oltrepassato la linea di confine un’infinità di volte...
«Oltrepassare il confine è un’altra forma della vita. Superiamo sempre qualche limite: può essere la frontiera nel senso vero della parola, per esempio tra due Paesi, tra due culture, due lingue, due climi. Continuamente incontriamo sul nostro sentiero delle frontiere. Nell’uomo esiste un impulso a valicare, a “passare oltre”. Superando i limiti, l’uomo si arricchisce, diventa più forte, si sente meglio nel mondo, lo capisce meglio. Attraversare le frontiere è la forma quotidiana della nostra esistenza».
Tutte le frontiere possono essere valicate?
«No, non tutte ovviamente. La frontiera fra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, non dobbiamo mai superarla. Però, purtroppo, questo non sempre ci riesce. Qualche volta siamo costretti a passare il confine del male, è la vita che ci porta a farlo. E qualche volta lo facciamo inconsapevolmente».
Nel suo ultimo libro, In viaggio con Erodoto, lei cerca di passare la frontiera del tempo. Un desiderio disperato...
«L’uomo è stato sempre attratto dall’idea di superare le due frontiere che circondano la vita umana, cioè la frontiera dello spazio e quella del tempo. Se la gente s’interessa della storia, del passato, delle vecchie tradizioni, se la gente racconta dei propri avi, delle proprie radici, se recita antiche preghiere non valica forse la frontiera? La creazione della Storia è un continuo superare il confine del tempo. E i nostri progetti, i nostri sogni, le nostre speranze non significano forse superare il confine dell’oggi rivolto al futuro? Il nostro adesso, la nostra temporeanità, il nostro attimo è molto effimero, è confinato tra queste due frontiere, che continuamente oltrepassiamo, nella nostra mente o nella realtà. Tutta la nostra vita la spendiamo cercando di oltrepassare la soglia».
Torniamo al viaggio. Si può viaggiare in tanti modi, si può peregrinare, si può esplorare il mondo da esperto viaggiatore, si può sfiorarlo da turista, si può infine spostarsi semplicemente da un posto a un altro. Qual è la sua condizione?
«Per me il viaggio è esplorare, è studiare, è la via del conoscere. Per me il viaggio che ha come scopo il solo viaggiare non esiste. Non sono mai stato turista nella mia vita. Io viaggio per vedere qualcosa, per scoprire, per conoscere e poi dopo per descrivere. È una forma di conoscenza e di narrazione. Ovviamente, oggi tanta gente, specialmente dei Paesi ricchi, gira per il mondo. È un altro tipo di viaggio, il viaggio di piacere, non di conoscenza».
Secondo lei i viaggi turistici non hanno proprio nessun valore esplorativo?
«In misura molto ristretta, perché lo scopo del viaggio turistico non è esplorare. Il turista parte per riposarsi dalla quotidianità, dal lavoro, parte per “rinfrescarsi”, per riacquistare le forze. Certo, se gli capita un’occasione va a visitare qualche monumento. Quella turistica, secondo me, è un tipo di ricreazione importante, ma non ha molto a che fare con il viaggio di un reporter».
Kapuscinski, lei è stato quasi ovunque nel nostro pianeta. Esiste qualche luogo che desidera ancora visitare?
«Ogni singolo luogo in cui sono già stato, perché il mondo si trasforma continuamente. Sono vissuto nelle grandi città del mondo, ma quando io ero lì, trent’anni fa, erano altri posti. Specialmente le città del Terzo Mondo, che si sviluppano con tanta dinamicità, in modo caotico, poco organizzato, cambiano in fretta. Oggi nelle “mie” città - come Il Cairo o Kinshasa - non c’è niente che mi sembra familiare. Queste città, le loro vie, le zone periferiche soprattutto, sono molto provvisorie. Spesso basta un uragano per buttare tutto all’aria, per cancellare interi quartieri... e così si ricostruisce tutto da capo, cambiando volto alla città. Ultimamente sono andato in Tanzania, dove a Dar-es-Salaam negli anni Sessanta soggiornai per tre anni. Ho visto un luogo di cui non sapevo proprio niente, una città assolutamente diversa da come me la ricordavo. Quello che voglio dire è che tornando in posti in cui siamo già stati ci rendiamo conto che le cose di cui ci ricordavamo non esistono più. Il mondo cambia così velocemente che ogni viaggio di ritorno ineluttabilmente si trasforma in un viaggio alla scoperta di qualcosa di nuovo».
In una delle sue poesie dice che la geografia è un concetto soggettivo, una specie di convenzione...
«Sì, nel senso che gli elementi geografici, come i fiumi o le montagne, sono inerti: il Nilo fluisce dove ha sempre fluito, l’Himalaya è dove è sempre stato... Il contesto che sta attorno a questi elementi geografici, però, cambia. Se viviamo abbastanza a lungo e abbiamo la fortuna di osservare il mondo, di conoscere i suoi mutamenti, ci rendiamo conto di come questi cambiamenti siano straordinariamente veloci e come siano profondi. Non esiste la realtà statica. La realtà è dinamica, sempre in movimento, fugace».
Sarà la ragione per la quale alcuni filosofi ritengono che non valga la pena di varcare la soglia della propria casa? Tanto, il mondo cambia così velocemente...
«Forse sì. Confucio ha detto che il mondo lo si conosce al meglio non muovendosi di casa».