Miart, la fiera che non decolla

Disertata dalle gallerie più prestigiose, la manifestazione milanese soffre la concorrenza delle grandi case d’asta. Servono investimenti e idee nuove

All’undicesima edizione di Miart, la Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Milano, una domanda s’impone: perché la capitale delle gallerie non riesce a partorire una fiera di alto profilo quantomeno nazionale? Per quali oscure ragioni anziché migliorare in visibilità, qualità degli espositori, eventi collaterali e pubblicità, ogni anno la kermesse sembra perdere colpi? A cominciare dalla rappresentanza delle gallerie lombarde di cui, in particolare nella sezione del contemporaneo, mancavano quasi tutti i pezzi da novanta: da De Carlo a Marconi, da De Cardenas a Minini a Emy Fontana. Tralasciando sul minimalismo dell’allestimento e sull’infelice location sono stati proprio i contenuti a vacillare, specie per la totale assenza di degne gallerie straniere. Con l’unico vezzo di una pattuglia di espositori made in China, che ha il sapore di una minestra fin troppo riscaldata dall’epoca in cui la prima biennale di Szeemann alzò il sipario sull’arte del dopo-Tienanmen. La sezione del moderno-contemporaneo non è stata in grado di offrire di più, ma qui la Fiera di Milano non ha colpe. «I pezzi importanti del dopoguerra, da Fontana a Burri a Manzoni a Merz, sono finiti», dice laconicamente Massimo Di Carlo, presidente dell’Associazione galleristi. Ovvero non ce n’è più sul mercato italiano, perché le grandi aste di Christie’s e Sotheby’s a Londra e New York anche quest’anno hanno fatto registrare record per gli italiani di quegli anni, ovvero Spazialisti e Arte Povera. Qualche esempio: Alberto Burri a Londra ha registrato negli ultimi sei mesi un incremento del 15 per cento (804mila sterline da Sotheby’s); Lucio Fontana più 9 per cento (un milione e 237mila sterline sempre da Sotheby’s di Londra); Piero Manzoni addirittura più 24 per cento (un milione e 800mila dollari da Sotheby’s di New York).
E allora? Il punto è che all’estero («dove circolano soldi veri», piangono i galleristi) i nostri “big” vengono valutati il doppio e non ci sono rischi di notifiche da parte delle Sovrintendenze. «Chi ha ancora qualche capolavoro - dice Di Carlo - preferisce affidarsi alle grandi case d’asta internazionali e non certo alle gallerie italiane». Quale futuro, dunque, per un Miart che non è in grado di offrire né grandi storici né contemporaneo di serie A? Il problema è già insito nei numeri. Gli Usa, che hanno il più grande mercato d’arte al mondo, hanno quattro fiere all’anno. L’Italia una ventina. «Milano dovrebbe trovare una propria nicchia di alta specificità con una Mostra Internazionale che concentri le 70 maggiori gallerie al mondo - dice Di Carlo - ma per farlo occorrono grandi investimenti che la Fiera non ha voglia di fare. Così si accontenta di una rassegna a metà strada tra Artefiera di Bologna, che ha creduto nel ritorno di immagine di un mercato “povero”, e Artissima di Torino che punta tutto sulle avanguardie. Cioè né carne né pesce».
Alla fine, a Milano, le cose più interessanti sono arrivate dalle piccole gallerie più coraggiose, come «41 Artecontemporanea» di Torino, specializzata nel disegno del nuovo Millennio, «Alessandro De March» di Milano nella ricerca sul paesaggio contemporaneo, e il network «eartcom.com» che in Fiera ha presentato il primo videogiornale online d’Europa sull’arte contemporanea.