Michele Placido choc: «Il mio Provenzano mistico come Padre Pio»

L’attore impersona il boss nella fiction in onda da domani su Canale 5: «Per assurdo, sono in qualche modo simili. E Bernardo è più intelligente del 50 per cento dei nostri parlamentari»

da Roma

«Quando l'hanno catturato, la gente è rimasta sorpresa. Ci si aspettava di vedere un mostro, e invece ci siamo trovati davanti a un buon nonnino, a un contadino che sorrideva gentile. E quando poi s’è saputo che nel suo rifugio aveva la Bibbia, che teneva immagini sacre alle pareti, e che al momento della cattura ha addirittura parafrasato Gesù («Voi non sapete cosa state facendo») lo sconcerto è stato totale». Questa è la cosa che ha più impressionato Marco Risi. «Pensi a Provenzano e pensi al male. E invece in lui male e bene rischiano di confondersi; la malvagità si traveste da bontà, proprio per ingannare più facilmente». Non teme però polemiche, il bravo regista cinematografico al debutto nella fiction tv con L'ultimo padrino - la storia della cattura del superlatitante mafioso Bernardo Provenzano, appunto (in onda domenica e lunedì, su Canale Cinque): «Anche nel nostro film questo mostro ha l'aspetto di un buon nonnino. Ma sfido chiunque a tenersi in casa un nonnino simile. Uno che ha sulla coscienza una lista interminabile di delitti e di stragi».
L'ambiguità del male - insomma - è al centro di questa storia. Tutta avvolta attorno all'interminabile e appassionata caccia al boss che, assieme a Totò Riina, firmò molte fra le più odiose sfide allo Stato (comprese le morti di Falcone e Borsellino) ma che, a differenza del «collega» corleonese, agli attacchi frontali alle istituzioni preferì la «strategia dell'immersione». Una ragnatela sommersa di relazioni economiche, politiche e criminali gestite dal buio fitto d'una latitanza durata quasi mezzo secolo. «Di Provenzano non si sapeva nulla. Neppure esattamente che volto avesse - considera Michele Placido, efficacissimo interprete - e proprio questo mistero assoluto aumenta il fascino perverso del personaggio. Un fantasma». Fascino del quale Placido dà una raffinata interpretazione: «Il misticismo di cui quest'uomo si circondava appartiene alla sua cultura meridionale e arcaica. In qualche modo, e per assurdo, simile a quella di Padre Pio (che ugualmente ho interpretato). Mentre però l'uno l'ha rivolta al bene, lui al male. Si può dire che la latitanza di Provenzano sia stata una sorta di malefico “ritiro spirituale”, un eremitaggio, durante il quale egli ha affinato verso la malvagità un'intelligenza sinistra. E certo superiore a quella del cinquanta per cento dei nostri parlamentari». Più in la ancora si spinge il regista Risi: «Provenzano è convinto di fare del bene. Lui non pensa affatto di essere cattivo. Per lui il libero arbitrio non esiste: ed è convinto di stare dalla parte giusta». Un'«integrità del male», insomma, che spiegherebbe anche la mano che il poliziotto che l'arresta (Daniele Pecci) non rifiuterà di stringergli nel finale. «I poliziotti rispettano malfattori di quel calibro - arriva ad affermare lo sceneggiatore Stefano Bises -. Chi è riuscito a far perdere le proprie tracce per cinquant'anni, infatti, non è un uomo comune. E se loro non l'avessero rispettato, non sarebbero riusciti a catturarlo».
Comprensibili a questo punto le discussioni che L'ultimo padrino - come già Il capo dei capi - potrebbero sollevare. Le previene il viceresponsabile della fiction Mediaset, Grignaffini: «Non è che se si evita di fare film sulla mafia, la mafia sparisce. Come neppure facendoci dei film sopra». «Rischio emulazione, se si mettono al centro delle fiction troppi eroi negativi? - scuote la testa Risi -. Ma cosa può esserci di attraente nella figura d’un vecchio solo, malato, che passa tutta la vita a scappare?». «Polemiche senza motivo - conclude Pecci -. Vedendo L'ultimo padrino il pubblico non potrà non apprezzare il lavoro interminabile, estenuante, e a continuo rischio della vita, che i poliziotti compiono per catturare il boss». «E poi, quel che m'interessava veramente - conclude il regista - era la dimensione psicologica del racconto. La solitudine del criminale come quella del poliziotto. Col secondo che, per avere ragione del primo, deve arrivare a ragionare come lui. E forse, in qualche modo, rimanerne anche contaminato». Curiosità finale: come al solito, per evitare complicazioni legali, nella fiction Provenzano non viene mai chiamato col suo vero nome. «Ma gran parte dei suoi dialoghi - precisano gli sceneggiatori - sono tratti dagli autentici “pizzini” che egli inviava».