Micheli: che dramma avere un «contrabbasso» per amico

L’attore diretto da Marco Risi convince con l’opera di Suskind

Giovanni Antonucci

Il bavarese Patrick Suskind è diventato nel 1985 uno scrittore di fama internazionale con il romanzo Il profumo, inquietante storia, ambientata nel Settecento, di un assassino che distillava profumi dai corpi delle sue vittime. Recentemente ne è stato tratto un film, che solo in parte ci restituisce le atmosfere di un romanzo neogotico di originale invenzione narrativa e di lucida tensione stilistica. Se Il profumo ha lanciato Suskind come scrittore di bestseller, l'anno prima egli aveva debuttato con un testo teatrale, Il contrabbasso, che ebbe altrettanto successo sui palcoscenici internazionali. Da noi lo interpretò Maurizio Micheli, che ora lo ripropone in una versione diversa al Piccolo Eliseo di Roma e poi in tournée. Il contrabbasso è una pièce interessante, che rivela in Suskind un autore teatrale di singolare talento, non certo inferiore al narratore. È un peccato che il successo mondiale del romanziere gli abbia impedito di continuare a scrivere altri testi teatrali di questo livello. D'altra parte i suoi romanzi successivi, Il piccione e Storia del signor Sommer, e i racconti Ossessioni non hanno raggiunto il successo de Il profumo.
Il contrabbasso è un monologo che ha una straordinaria carica di teatralità, a differenza di molti altri monologhi che, spesso e volentieri, sono soltanto letteratura. In questa nuova versione, Micheli e Annabella Cerliani hanno introdotto il personaggio di uno studente di contrabbasso che assiste, dapprima stupito poi anche turbato, alle irrefrenabili confessioni di Franz Tricarico, berlinese di ascendenze italiane, contrabbasso di fila dell'Orchestra di Berlino. Un orchestrale, a stipendio fisso ma pagato come una cameriera, che vive in una casa talmente insonorizzata da non sentire nessun rumore esterno. È un uomo-massa, ma sensibile e colto, frustrato dai suoi complessi e dalle sue timidezze, oltre che da un mestiere che lo mette a contatto quotidiano con il mondo dorato dei direttori d'orchestra e dei cantanti-divi.
Egli vive, quando non suona, in una situazione di solitudine, di delusione, di incapacità di comunicare con gli altri. La musica è la sua possibilità di vita, ma è anche oggetto della sua nevrosi. Il suo rapporto con il monumentale contrabbasso è di odio e di amore, di rifiuto e di accettazione. Franz, come tutti i solitari e i frustrati, quando trova un interlocutore, per di più giovane, diventa un inesorabile confessore delle proprie paure, delle speranze sempre deluse, perfino di un amore profondo, mai dichiarato, per Sara, mezzosoprano che non lo degna di uno sguardo. Maurizio Micheli, sotto la regia non invadente di Marco Risi, ci offre un'interpretazione di gran classe, degna del suo indimenticabile Mi voleva Strehler. In questo monologo Micheli distilla la sua ironia, ma anche la sua amarezza e la sua malinconia esistenziale.