La microfototerapia è un’arma importante contro la vitiligine

Oltre cento milioni di persone in tutto il mondo soffrono di vitiligine ogni ora, ogni giorno, tutti i giorni della loro vita, ma questa patologia spesso viene liquidata come un problema cosmetico di scarsa rilevanza per la salute. Si tratta, invece, di una malattia della pelle non contagiosa a origine sconosciuta, anche se si sospetta sia ereditaria e genetica, non pericolosa per la vita. Così i pazienti non ricevono la dovuta attenzione e considerazione da parte dei sistemi sanitari nazionali, anche se la vitiligine può realmente condizionare la qualità di vita di chi ne è affetto. Inoltre, risulta sempre più diffusa e, se fino a 15 anni fa era possibile individuare nella fascia d’età di 70 anni un rischio maggiore, ora la letteratura medica riporta varie casistiche su diverse fasce d’età: da 4-5 anni a 60-70, anche come prima insorgenza. Su circa 10mila pazienti si è visto che il meccanismo s’innesca dopo traumi fisici o emotivi, come una gravidanza, un lutto, una separazione, un incidente stradale o un evento stressante. Ma c’entrano anche i geni, visto che in certe famiglie la vitiligine colpisce oltre un terzo dei componenti.
Al fine di aumentare la diffusione della conoscenza della malattia tra il largo pubblico e soprattutto di sollecitare l’attenzione dei governi dei vari Paesi e della comunità scientifica internazionale, lo scorso 25 giugno si è tenuta la «Giornata mondiale del malato di vitiligine». «L’iniziativa - dice la dottoressa Rosella Ocello - è nata con lo scopo di aumentare la consapevolezza della vitiligine e di raccogliere fondi per la ricerca, per le associazioni nazionali e i gruppi di sostegno. Guidati dalla Fondazione Vr, ora l’obiettivo è di trasformare il 25 giugno nella “Giornata mondiale della vitiligine” riconosciuta dalle Nazioni unite».
Il riconoscimento è, infatti, il primo passo per la prevenzione e per un migliore trattamento e cura della vitiligine, in linea con lo sviluppo sostenibile dei sistemi sanitari nazionali. A lungo termine lo scopo dell’iniziativa è generare conoscenza della vitiligine, la cura e i metodi di trattamento tra il pubblico in generale, operatori sanitari, e dei governi.
Il Centro salute di Montecatini Terme, con sede anche a Milano, Roma e Padova, specializzato nella cura di patologie dermatologiche, ha peraltro importato in Italia un nuovo metodo per combattere la vitiligine, avvalendosi di sofisticate apparecchiature di ultima generazione che consentono di trattare centimetro per centimetro le singole aree affette, escludendo quelle sane.
La cura, chiamata Bioskin, è stata introdotta in Italia nel 2000 e ha già curato circa 7mila pazienti, con risultati positivi nel 70% dei casi, anche su zone molto estese. La terapia dura circa 6-9 mesi e ogni seduta 10-15 minuti e quindi è possibile effettuarne due nel corso di un’unica giornata, senza correre il rischio di effetti collaterali.
«Le tecniche fototerapiche tradizionali - spiega Rosella Ocello, direttrice sanitaria del Centro salute - sono a luce calda e trattano globalmente le superfici corporee anche quando la zona affetta ne costituisce un’esigua minoranza. Ricercatori e medici dermatologi hanno sentito la necessità di una tecnica che stimolasse solo le zone affette da vitiligine, escludendo quelle sane, per non incrementare il contrasto e permettere di differenziare intensità e quantità totale di emissione di luce a seconda della regione corporea trattata». Cosi è stata progettata la Microfototerapia Bioskin Evolution che viene effettuata grazie a un’apparecchiatura computerizzata, a fibra ottica, che emette un particolare fascio di luce fredda filtrato, esclusivamente sulle macchie, in grado di riattivare le cellule melanocitarie addormentate. La risposta in termini di ripigmentazione si osserva solitamente entro 4 o 5 mesi dall’inizio della terapia. Diverse ricerche scientifiche pubblicate su riviste internazionali e condotte da università italiane e straniere hanno dimostrato che, terminato il ciclo di microfototerapia, le chiazze di vitiligine sono pressoché scomparse fino al 72% dei casi.