Micropolveri? Il vero macroproblema è il totem ambientalista

Caro Dott. Granzotto, nei giorni scorsi, ben due pagine del Giornale del Piemonte sono state occupate dal tormentone delle micropolveri. Purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni attendibili sul problema. Per favore potrebbe indicarmi qualche fonte attendibile o dirmi qualcosa? 1) Come è affrontato il problema nelle altre nazioni d’Europa? 2) Ho letto che negli Stati Uniti sono in vigore limiti meno stringenti, con i quali saremmo tutti in regola, è vero? 3) Come sono stati fissati i limiti attuali? Non si è per caso ripetuta la folle vicenda dell’atrazina?
Torino

È difficile dare una esauriente risposta alle sue domande, caro Baralis, e non perché manchino dati e tabelle, ma perché variano le procedure e gli strumenti di rilevamento del particolato o micropolveri che dir si voglia. Quanto ai limiti oltre i quali scatta l’allarme rosso (e, da noi, il divieto di circolazione) ciascuno fa per sé. Esiste una normativa europea, ma pare abbia bisogno d’essere interpretata e posta in sintonia con tutta una serie di varianti, ciò che la rende più duttile del Pongo. Va aggiunto che le disposizioni per la lotta al particolato stanno a mezzo fra il principio di precauzione e quello di prevenzione, e ciò contribuisce ad accrescere la babele normativa. Appurato che in una certa misura le micropolveri possono essere dannose alla salute, nel fissare l’asticella oltre la quale scatta l’allarme i favorevoli al primo principio vanno a spanne e più la posizionano verso il basso, più son contenti. Chi invece si ispira al principio di prevenzione, si attiene alle tabelle predisposte dai vari istituti medico-scientifici scegliendo l’indice di soglia che ritiene più conveniente. Ciò che mette in imbarazzo gli uni e gli altri è che le maledette micropolveri sono un fenomeno naturale, per il 94 per cento costituite da particelle (piccole fino a un quarto di centesimo di millimetro) di microrganismi, fumi, pollini, spore, prodotti delle eruzioni vulcaniche, delle erosioni rocciose, dall’aerosol provocato dagli spruzzi del mare e altro ancora, ivi compresa la polvere cosmica. A quelle se ne aggiungono un sei per cento prodotte dalla attività umana: traffico automobilistico, riscaldamento, usura del manto stradale, emissione di fumi e vapori delle industrie, per stare alle più comuni. Avviene talvolta, tre-quattro volte l’anno, che in certe città come la sua Torino, caro Baralis, sede della più importante industria italiana e interessata da un traffico automobilistico non particolarmente intenso ma pur sempre vivace, quel cocktail di micropolveri raggiunga una concentrazione ritenuta, in base ai parametri adottati, dannosa alla salute. E puntualmente, scatta l’allarme rosso seguito dal blocco della circolazione.
Che serve a niente e se n’è avuta prova domenica scorsa proprio a Torino, caro Baralis: auto ferme dalle 7 alle 20 e, invece di scemare, la concentrazione di micropolveri è aumentata. Per una ragione molto semplice: essendo sospeso, il particolato è in balia degli agenti atmosferici che lo disperdono o lo adunano a loro capriccio. Non è dunque questione di un tubo di scappamento in più o in meno, sono i venti, i millibar, il gradiente termico, l’umidità relativa ad addensare in aree particolarmente disposte, come può esserlo un centro urbano con le sue strade e i suoi edifici, le micropolveri abitualmente stemperate nell’aria. Ma siccome non è politicamente corretto chiamare in causa quella buona donna di Madre Terra, si seguita a far finta di credere che la colpa sia solo (dico solo perché una parte di colpa ce l’abbiamo noi, che decidemmo di uscire dalle caverne) dell’uomo, che dunque va punito lasciandolo a piedi. Un tributo pagato al totem ambientalista che lascio assai volentieri agli altri: io, di mio, non ci metto e non voglio metterci niente. Approfittando della domenica per prendermele tutte comode e allergico come sono ai riti del weekend, del divieto di circolazione mi faccio un baffo.