Microsfere per poter camminare

I progressi della chirurgia ortopedica sono sorprendenti. L'avanzamento delle conoscenze ha consentito di trovare soluzioni valide per le cure delle patologie di quasi tutti i distretti anatomici.
Si sono moltiplicate le superspecializzazioni ed oggi abbiamo la chirurgia ortopedica vertebrale (ernie discali, correzioni di scoliosi, fratture vertebrali), la chirurgia ortopedica traumatologica (fratture esposte, polifratturati, politraumatizzati), la microchirurgia in chirurgia della mano (neurorrafie, pseudoartrosi di scafoide, lesioni da scoppio), la chirurgia ortopedica protesica dell'anca e del ginocchio, nonché del collo-piede e del gomito. La chirurgia ortopedica artroscopica (ginocchio, collo-piede, spalla) è impiegata quotidianamente presso ospedali altamente qualificati e specializzati che applicano le metodiche più avanzate. I ricercatori biomedicali hanno messo a punto impianti di osteosintesi e di artroprotesi sempre più sofisticati, ben tollerati e di maggiore durata che hanno consentito di trattare anche le più complesse patologie traumatiche e degenerative. Le ricerche in campo istologico hanno inoltre promosso l'utilizzo delle cellule staminali nella cura di fratture complesse con perdita di sostanza che prima davano insuccesso, inoltre le cellule staminali si utilizzano nei casi di necrosi focali dove necessita uno stimolo proliferativo cellulare.
La chirurgia protesica è rivolta non solo agli anziani. L’artrosi del ginocchio, ad esempio, coinvolge spesso anche i giovani che praticano sport a livello agonistico. Tra i 4 milioni di italiani che soffrono di artrosi vi sono molti atleti. Il sintomo principale è il dolore, a cui si associa una graduale limitazione del movimento che, nei casi più gravi, diventa invalidante, compromettendo notevolmente la qualità della vita. Una diagnosi precoce è fondamentale.
«Finché la cartilagine c’è, anche se molle (condropatia), si ricorre ad un trattamento a base di antinfiammatori e a cicli di fisioterapia», spiega il dottor Domenico Brocchetta, primario della divisione di chirurgia protesica di anca e ginocchio del Policlinico di Monza. «Quando invece si individuano zone in cui la cartilagine risulta diradata oppure manca, si deve ricorrere alla chirurgia ortopedica che propone soluzioni in funzione della gravità: quando la lesione non supera i 10 centimetri quadrati, l’intervento di elezione è il trapianto autologo di cartilagine. Questa procedura conservativa oggi si è molto evoluta: le cellule del tessuto, prelevato artroscopicamente e coltivato in laboratorio, vengono aggregate in microsfere ad elevatissima adesività e reimpiantate nelle aree interessate».
Quando gli esami diagnostici evidenziano la presenza di lesioni più estese si deve ricorrere ad un intervento chirurgico di impianto protesico: «Anche in questo caso, si punta il più possibile all’aspetto conservativo. Se ad essere usurato dall’artrosi è uno solo dei due comparti dell’articolazione (la parte esterna o la parte interna), si ricorre ad una protesi mono-compartimentale, detta anche mini-protesi, per le sue dimensioni contenute e per la scarsa quantità di osso che essa costringe a sacrificare. Nel caso in cui entrambi i comparti del ginocchio siano compromessi, ma i legamenti crociati siano sani (come avviene spesso in pazienti relativamente giovani), la soluzione – precisa il dottor Brocchetta - può essere quella di impiantare due miniprotesi, una in posizione esterna e l’altra interna. In alternativa, qualora uno dei due compartimenti avesse una lesione meno estesa dell’altro è possibile eseguire un abbinamento tra un impianto di protesi e un trapianto cartilagineo. Questo ampio ventaglio di strategie terapeutiche ad invasività graduale consente di salvaguardare al meglio il patrimonio biologico del paziente. Solo nei casi estremi, e cioè quando la diagnosi è posta tardivamente e gli esami evidenziano una grave compromissione dell’intera articolazione, la filosofia conservativa deve cedere il posto a quella demolitiva, con l’impianto di una protesi totale».