Il miglior scrittore giapponese? Takeshi Kitano

Altro che Murakami o Banana Yoshimoto: i racconti del regista di «Hana-bi» sono gioielli
<br />

Tendenzialmente grande letteratura e grande cinema non vanno d’accordo. Sublimi registi prendono spunto da libri mediocri per trarre film superbi (Clint Eastwood, Martin Scorsese, Michael Cimino): dalla regola sfugge soltanto Stanley Kubrick (benché Lolita, Barry Lindon o Arancia meccanica non siano propriamente capolavori della letteratura universale). Impensabile ricavare pellicole epocali dalle opere di Melville, di Dostoevskij, di Proust (questioni di densità stilistica?): perfino Shakespeare, il più svaligiato, risulta ostico, infine banale (si salva a mala pena il Macbeth di Orson Wells). La regola base del cinema è lampante: da un capolavoro è impossibile trarre un altro capolavoro, a meno di geniali capovolgimenti di stile (Apocalypse Now è Conrad in costume vietnamita sotto lo sguardo folle di Coppola). In effetti, i grandi scrittori con il cinema non amoreggiano (soliti noti: Faulkner, Hemingway, Fitzgerald), i piccoli scrittori (Stephen King, Richard Matheson, Jim Thompson) diventano grandi tramite il cinema.
Proviamo ad alterare il tiro: e se i registi si mettessero a scrivere? Liberi di farlo, le librerie sono strapiene delle loro elucubrazioni, di deliri filmici sentimentali. Avete mai letto i romanzi di Elia Kazan o quelli di Werner Herzog? Ecco, bravi, lasciate perdere. Ci sarebbe da aprire la pagina sugli scrittori con ambizioni da regista (da Paul Auster a Baricco), ma è meglio lasciar perdere anche qui: se sai far bene una sedia, perché devi fare un pianoforte? commenterebbe mio nonno. Detto questo, è con le peggiori intenzioni che mi sono messo a leggere Boy, raccolta antica di racconti (datati 1987) di Takeshi Kitano, tradotta da poco da Castelvecchi (pagg. 120, euro 12,50). Facciamo i conti: Hana-bi è il più bel film di Kitano, L’estate di Kikujiro è il più intenso, Violent Cop il più violento, Dolls il più poetico e straniante, Zatoichi il più brutto.
Kitano è regista eccellente nel far cozzare l’orrido con il poetico, squarci di malinconia con scotennamenti vari. È giapponese fino al midollo: sa che puoi perderti e salvarti in ogni istante, in un attimo, ora. Tuttavia, non sopporto l’ironia che sfocia nel grottesco e nel laido (Kitano è stato il promoter dei giochi osceni della serie Mai dire Banzai!), e che trasuda in altri libri di Beat Takeshi, come Asakusa Kid e Nascita di un guru (entrambi editi da Mondadori). Assediato da dementi pensieri, allora, ho sfogliato questo Boy, fedele alla mia linea critica aurea (mai leggere fino alla fine uno scrittore vivente), e ho scoperto il diamante, il racconto che s’intitola Il nido di stelle. La storia è semplice e struggente: due bambini, tramite il padre, hanno la passione per le stelle, appena possono le guardano. I fratelli sono oggetto di improperi e cattiverie da parte dei compagni di classe, il padre all’epoca del racconto è morto, la madre, disordinata, cerca un uomo alternativo. Il fulcro stellare è Sirio: «Otto anni prima papà era ancora vivo. Perciò la luce che a quel tempo era partita da Sirio, adesso stava quasi per raggiungere la Terra. Regalandoci quelle luci dal passato, lo spazio diventava un enorme album fotografico».
Il racconto delinea una solitudine sfrenata, cruda (micidiale nel passaggio in cui il bimbo più piccolo si domanda «Ma come è possibile che la mamma abbia dimenticato papà così in fretta? Era stato papà a parlarci delle costellazioni, e a insegnarci ad accendere un fuoco senza usare i fiammiferi o l’accendino. Mamma aveva mai sentito papà parlare delle stelle? Gli adulti dimenticano tutto così in fretta?»), eppure pregna di sogni. I fratelli, fuori dal mondo, fuori da tutto, come se il solo mondo plausibile fosse lassù, tra le stelle, tra i regni interstellari della memoria, del rammarico, compiono l’impresa: rubano dalla scuola un telescopio più potente del loro, poi scappano, in bicicletta, per vedere Sirio e la sua stella «compagna» da una posizione favorevole. Portando a compimento l’avventura, rievocando il legame con il padre (il bimbo piccolo punta il telescopio meno valido, regalato ai fratelli dal padre, verso Sirio), il fratello grande è feroce: «D’ora in poi ognuno di noi deve vivere la sua vita e contare solo su se stesso. Capito? La mamma farà quello che vuole. E anch’io andrò per la mia strada. Perciò, anche se fai la quarta elementare e sei ancora piccolo, devi vivere la tua vita». Nella catastrofe degli affetti, questa spietata desertificazione dell’uomo, resistono, gloriosi fuochi, spettri di speranza, le stelle.
Così, con una scrittura nuda e pura, netta come la calligrafia di un monaco, Kitano redige un racconto magnifico, ed è, essenzialmente, uno scrittore strepitoso. Tra le pericolanti peripezie nippoamericane di Haruki Murakami, tra gl’incroci di design estremo e di manga prodotti da Banana Yoshimoto, tra la pornografia disperante di Ryu Murakami e le pulsioni kafkiane di Yoko Ogawa, va a finire che Beat Takeshi è il più bravo di tutti. Per affinità - non soltanto semantica - la leggerezza malinconica di Kitano è prossima a quella di Miyazawa Kenji (1896-1933), eccentrico scrittore giapponese (praticante buddista, autore di fiabe, agronomo, esperto di musica e di mineralogia) di cui in Italia possiamo leggere la raccolta di racconti Una notte sul treno della Via Lattea (Marsilio, 1994). Ecco, se la recensione è utile a farvi scoprire i film di Kitano e le perle di Kenji il ruolo culturale - e non cultuale - è compiuto.