Migliorano la vita gli interventi sulle coronarie

Grazie allo sviluppo tecnologico ed alla miniaturizzazione degli strumenti, oggi la cardiologia interventistica consente di trattare con successo la maggior parte di pazienti con malattia a carico delle coronarie.
«In particolare, un significativo passo in avanti si è avuto a metà degli anni '90, con l'introduzione degli stent», spiega il dottor Maurizio Tespili, cardiologo interventista e da qualche mese direttore dell'unità operativa complessa di cardiologia dell'Ospedale «Bolognini» di Seriate, Bergamo (tespili@katamail.com). «Lo stent è costituito da un tubicino metallico a rete di piccole dimensioni (15 mm di lunghezza per un calibro di soli 3 mm è la dimensione media), realizzato in materiale altamente biocompatibile (acciaio o cromocobalto), che viene inserito nell'arteria soggetta ad occlusione al fine di contrastarne il restringimento.
Agli inizi del 2002 si è assistito ad un ulteriore e rivoluzionaria innovazione di questa tecnica cioè l'introduzione nella pratica clinica degli «stent medicati»: sulla superficie di questi piccoli device, infatti, sono applicate sostanze farmacologiche estremamente efficaci che fin dalle prime ore dall'inserimento dello stent cominciano ad essere rilasciate, inibendo progressivamente la crescita delle cellule interne della parete arteriosa che col tempo potrebbero provocare un nuovo restringimento del vaso sanguigno (ri-stenosi). In questo modo, il problema delle recidive viene ridotto drasticamente».
Gli stent consentono di procedere alla dilatazione contemporanea anche di più rami coronarici ammalati, con un intervento che pur rimanendo estremamente delicato e complesso risulta essere minimamente invasivo: infatti si risale alla coronaria da trattare semplicemente attraverso una piccola incisione in un arteria della gamba o del braccio, evitando il classico intervento chirurgico «a cielo aperto», in cui era necessario incidere il torace ed eseguire una circolazione artificiale per l'inserimento di molteplici by-pass.
Purtroppo, come qualsiasi tecnica chirurgica, questa metodica di rivascolarizzazione non è esente da alcuni effetti collaterali: «Oggi si è visto che, in una ridottissima percentuale di pazienti, il ritardo di copertura cellulare dello stent può associarsi ad un rischio di trombosi (cioè alla formazione di coaguli di sangue all'interno dello stent stesso) che possono portare ad un'occlusione della coronaria», afferma il dottor Tespili. «All'entusiasmo iniziale, talvolta enfatizzato, nell'ambito scientifico hanno pertanto fatto seguito numerose polemiche, anch'esse esagerate e spesso acuite in modo non corretto».
In conclusione? «In base ai dati della letteratura si può affermare che questi stent funzionano, e funzionano molto bene», sostiene il cardiologo. «Il rischio a cui espongono è minimo, ed in tutto il mondo si sta lavorando per ridurlo ulteriormente, ad esempio prescrivendo al paziente trattato una terapia «protettiva» (antiaggregante) a lungo termine. Un secondo aspetto importante, che si sta valutando in modo approfondito, è quello di individuare i pazienti, ad esempio i diabetici, che possono essere più a rischio di questi eventi avversi, in modo da modificare e perfezionare al meglio le tecniche di intervento. Mi sento quindi di rassicurare tutti coloro che si apprestano a questo tipo di intervento, di comprovata efficacia».