La migliore difesa dell’ambiente? Quella di mercato

Roberto De Santis

Le modifiche apportate dal calendario venatorio dalla giunta di centrosinistra rivelano un approccio demagogico e pseudo-scientifico. Scompare ad esempio, dalle specie cacciabili, la starna nonostante sia da moltissimi anni riprodotta in cattività. Gli allevatori per primi risentiranno di questa misura restrittiva, che come una scure si abbatte pesantemente su una realtà socio-economica che mantiene e dà reddito a numerose famiglie nell'intera regione , senza tralasciare ovviamente i riflessi che scaturiranno sull'intero indotto. Questa cultura animalista, permeata solo da un approccio etico, è soprattutto diffusa nelle grandi città dove il contatto con l’ambiente naturale è ormai completamente falsato. Questa condizione si è verificata attraverso un processo che ha visto in pochi anni mutare il nostro tessuto, precedentemente con una forte vocazione agricola, oggi fortemente industrializzato. Una volta in ogni casa era consuetudine per le nostre nonne allevare polli e conigli, e dunque cosa di tutti giorni assistere alla macellazione tra le mura domestiche. Oggi lo stesso prodotto ci arriva ben confezionato, già macellato e forse per ipocrisia, dimentichiamo che il capo macellato ha subito la stessa sorte. Cosa forse peggiore è che i nostri bambini non collegano minimamente il prodotto finale al pollo che noi adulti abbiamo visto liberamente scorrazzare a due zampe.
I Verdi del sole che ride non a caso sono portatori di questa insana cultura, poiché la loro formazione è avvenuta in ambienti fortemente antropizzati, mancando totalmente di una cultura del territorio e di gestione faunistica. Proprio in questi ambienti fortemente antropizzati i Verdi del sole che ride raggiungono percentuali di voto considerevoli, mentre nelle zone di campagna, dove il rapporto con il territorio e con la natura è reale, il loro consenso è inesistente, anzi sono fortemente invisi. Un approccio non demagogico di cultura dell’ambiente riconosce dunque un razionale prelievo venatorio, poiché consapevole che la rarefazione delle specie animali e vegetali è causata dalla speculazione edilizia e dalla frammentazione del territorio, dall’inquinamento chimico, dall’agricoltura intensiva. Non a caso i governi mondiali hanno riconosciuto vitale e fondamentale il principio della biodiversità, che riconosce come la salvaguardia del territorio sia alla base della conservazione delle specie animali e vegetali . Bisogna capovolgere questa pseudo-cultura animalista che si fonda solo sul protezionismo, promuovendo una distorta visione etica. Per tutelare le specie animali e vegetali, invece, è fondamentale la difesa del territorio, e in questo si sostanzia e si differenzia una cultura ambientalista da una cultura protezionista: la prima si riconosce nel principio anzi detto, la seconda semplicemente in una visione animalista. Basilare quindi per la salvaguardia del territorio applicare principi di gestione faunistica, quegli stessi identici principi applicati ad esempio dal Wwf in Kenia, dove l’eccesso di capi di elefanti all’interno dei Parchi è da sempre eliminato attraverso dei piani di abbattimento, con un duplice obbiettivo: evitare la moria per malattie che insorgono ogni qual volta l’eccessiva proliferazione di una specie si riflette negativamente sull’intero ecosistema e, allo stesso tempo, favorire con l’incasso dei proventi dei capi abbattuti le casse dei parchi al fine di promuovere azioni di sviluppo e progetti di salvaguardia di altre specie minacciate. Occorre dunque passare da una visione assistenziale a una cultura di ecologia di mercato. Riconoscere un valore come l’ambiente non vuol dire vietare qualunque interferenza, ma significa che se si decide di interferire, si deve giustificare tale scelta con un approccio scientifico e non mediatico. Il nostro ecosistema ha dunque bisogno di politiche reali di governo dell’ambiente, ma questo sarà possibile solo attraverso un sano e proficuo dialogo di tutte le parti interessate, ovvero agricoltori, mondo venatorio e ambientalisti privi di quel velo reso famoso ultimamente dalle cronache: il burka. A oggi sono molte le specie animali in declino, specialmente tra i grandi predatori, vedi il lupo, la lince, l’aquila reale, il gufo reale e, guarda caso, nessuno di questi è specie cacciabile, ma fortemente protetta. Questi animali sono il vero termometro biologico del territorio, prova evidente che la rarefazione di tutte le specie viventi non è dovuta alla pressione venatoria, ma alla mancanza di habitat.
(*)Presidente Ecologisti Verdi