Un milione in piazza per la Turchia laica

Il Paese, in bilico tra l’Europa e il mondo musulmano, vive un momento decisivo, con l’estrema destra nazionalista in ascesa e i militari pronti a intervenire

da Ankara

Recep Tayyip Erdogan è avvisato definitivamente. Se l’Akp (il Partito per la Giustizia e lo sviluppo di orientamento islamico moderato, e con un passato vicino alla destra islamica radicale di Necmettin Erbakan) aveva bisogno dell’ultima conferma che la situazione è delicata, adesso l’ha avuta. Le prime fonti dicevano che i partecipanti alla “Marcia per la Repubblica” erano “solo” alcune centinaia di migliaia, ma chi ieri camminava per le strade di Ankara non faticava a credere alle stime degli organizzatori e a vedere oltre un milione di persone che inneggiavano alla laicità dello Stato e urlavano al premier turco di «tenere lontano la sharia dalla Repubblica».
Il corteo, organizzato dall’Associazione per il pensiero di Atatürk e supportata da numerosi partiti e associazioni afferenti al centrosinistra turco, è iniziata verso le 10 e si è conclusa tre ore dopo davanti all’Anitkabir, il Mausoleo di Mustafa Kemal Atatürk, che ha creato la Turchia moderna oltre 80 anni fa e il cui ricordo è ancora impresso in modo indelebile. Una manifestazione che si è svolta in modo tranquillo e che ha reso completamente inutile lo spiegamento degli oltre diecimila agenti che ieri mattina hanno pattugliato le vie della capitale.
Slogan, inno nazionale e un messaggio chiaro per il partito di maggioranza: la Turchia è uno Stato laico e democratico e tale deve rimanere. Parole caricate ancora più di significato dopo il discorso tenuto due giorni fa dal presidente della Repubblica uscente, Ahmet Necdet Sezer, che ha dichiarato la democrazia turca in pericolo e che non ha mai avuto rapporti cordiali con l’esecutivo guidato da Recep Tayyip Erdogan.
Il Paese nell’ultima settimana ha ricevuto diversi segnali che hanno contribuito a rendere ancora più arroventato un clima che è difficile già da un anno. Sostituire una personalità come quella di Sezer non è impresa facile, soprattutto se l’obiettivo è quello di fare entrare nel cuore di una parte del Paese un membro dell’Akp. Il loro candidato sarà reso noto solo a partire dal 18 aprile, forse anche il 25, ossia a ridosso del termine per la presentazione della candidatura. Chiunque verrà scelto dovrà fare i conti con un milione di persone scese in piazza, con la conferenza tenuta due giorni fa dall’establishment militare e che ha chiesto espressamente un candidato laico. Nel caso poi il candidato fosse lo stesso premier Erdogan, come si vocifera da più parti da oltre un anno, allora l’attuale primo ministro dovrà anche rendere conto di alcune dichiarazioni fatte al settimanale Der Spiegel e riguardanti l’utilizzo del velo islamico nel Paese, prima fra tutte che «il capo coperto della moglie non è un ostacolo per un potenziale candidato».
Molti, fin troppi, ricordano che Erdogan in passato ha lanciato l’idea di indire un referendum per abolire il divieto di indossare il türban nei palazzi pubblici e temono che, con lui o uno dei suoi a ricoprire la più alta carica istituzionale, l’obiettivo diventerà quanto mai facile. Ma non è solo una questione di velo. Di mezzo c’è un Paese in bilico fra l’Europa e il mondo arabo e in balia di un revival dell’estrema destra (di stampo islamista e laico) senza precedenti.
I rettori delle maggiori università hanno chiesto al premier di fare un passo indietro e gli ambienti laici del Paese vorrebbero un candidato proveniente dal mondo accademico o della magistratura. Richieste che sembrano non essere state accolte dal partito di maggioranza, che proprio in questi giorni sta tenendo una serie di consultazioni interne per scegliere chi sarà il prossimo inquilino del Kosk.