«MILITARIA» Scendono in campo le armi da fuoco

Zanne, rostri e artigli. Con occhio da naturalista Giovanni Santi-Mazzini prosegue il percorso di Militaria nel mondo umano e ferino della guerra, squaternando con il terzo volume (dedicato, insieme al quarto, a La macchina da guerra dal Medioevo al 1914) la panoplia del guerriero, in specie europeo, sino alla alla metà del XIX secolo e i ritrovati e gli artifici dei tecnici, «delle macchine» e «della macchina» al servizio dell’uomo contro il suo simile. È una lunga galleria di vetrine e vetrinette dove scorre l’evoluzione della specie, dalle mazze delle Isole Figi alla carabina dei bersaglieri del 1856, dalle petriere medievali ai mortai francesi pre e post-rivoluzionari.
Spadroneggia, come da tradizione, l’arma bianca sia d’offesa sia di difesa, con il trionfo tecnico ed estetico dell’armatura del cavaliere e del cavallo, tra scuole milanesi e tedesche, giostre e tornei, battaglie campali e parate ufficiali. A lungo dominante, quella deformabile (cioè progettata per fermare sì i colpi avversi ma come accompagnandoli e smorzandone la forza letale) venne sostituita da tipologie più rigide, messe in campo soprattutto per deviare e scongiurare, tra amuleti, preghiere e formule magiche, frecce, verrettoni e proiettili a palla del nemico.
Giacché l’altra protagonista del volume è l’arma da fuoco, dai suoi primi scoppiettii tra polvere nera e balistite sino agli archibugi del XV-XVI secolo e alle pistole a ruota (un sistema che permetteva di sparare con una mano sola, di contro a quello con miccia che impegnava entrambe le mani) e poi a percussione, in parallelo con tromboni, moschetti e moschettini, per poi arrivare a fucili e carabine. Non manca l’intento enciclopedico o almeno classificatorio, che conduce il lettore in una selva di definizioni sino alla descrizione storica della manifattura della polvere esplosiva, ovviamente da maneggiare con cura.
Ciò che emerge da queste pagine è il progredire e, insieme, lo snaturarsi di un’arte in scienza. In effetti uno spartiacque culturale divide il Medioevo della guerra dalla Modernità in armi: il ruolo e il rango assegnato all’ «artefice-artista» che sta dietro i ritrovati del legno e del ferro, dell’acciaio e del fuoco. Giacché per il Medioevo il tecnico della poliorcetica e dell’arte incendiaria restò sempre un alleato prezioso, confinato però nel dominio della manualità e dunque del «non liberale», mentre lo strapotere effettivo acquisito da quei tecnici dal XV-XVI secolo in poi trasformò la cultura della guerra segnandola con il predominio della tecnica, o almeno con l’abbaglio di quest’ultima.
Accanto all’uomo non manca infine l’animale. Il cavallo, vettore e combattente anch’esso al pari del cavaliere, sempre più pesantemente ricoperto e dunque sempre più impacciato con il progredire delle armi da fuoco, sino al potente e immaginifico revival dell’epoca napoleonica. Ma anche il cane, come testimoniano un paio di immagini rivelatrici. La prima è la foto d’un manichino di levriero conservato alla Real Armeria di Madrid: l’animale è riparato a puntino con elmo, pettorale e schienale, tutti aggiustati con cinturini di cuoio, mentre il collo e le spalle sono protetti da un camaglio che consente la corsa e gli scarti improvvisi; chiude il tutto un panno sulle terga con le insegne araldiche. E ci si può immaginare la difficoltà, nel mezzo della mischia, a contenere una belva del genere. L’altra immagine proviene da un trattato del XV secolo, dove un alano protetto da una lorica di cuoio e armato di uno spuntone fissato sul dorso viene addestrato per infilarsi tra i ranghi della cavalleria nemica provocandone lo scompiglio grazie alle fiamme sprigionate da una piccola coppa di bronzo - sempre sul dorso - spalmata di trementina e ripiena d’una spugna imbevuta di acquavite. Del resto l'impiego tattico del più fedele «amico» dell'uomo risale almeno ai Galli, mentre Enrico VIII d’Inghilterra fece omaggio di 400 cani da combattimento a Carlo V perché li impiegasse contro gli eserciti del re di Francia Francesco I.