Mille facce di Barack L’Europa lo ama perché non lo capisce

I media lo esaltano, alla gente piace la sua storia hollywoodiana. Ma ognuno vede nel senatore dell’Illinois, di solito a torto, quello che preferisce

Obama piace tanto a noi europei, forse troppo. Piace al punto che molti lo vorrebbero non solo presidente degli Stati Uniti, ma leader del proprio Paese. Giovedì tra i duecentomila di Berlino c’è chi ha issato cartelli con la scritta «Obama cancelliere». Più che una mania, è un delirio.
I media contribuiscono e, naturalmente, ringraziano. A ben vedere sono stati loro a farlo scoprire agli europei. Mesi e mesi di servizi televisivi, di foto, di articoli sul duello con Hillary, ma l’Auditel, anziché flettere, come capita talvolta con le notizie internazionali, ha continuato a salire. Ad appassionare non era la sfida tra una donna e un nero, bensì lui, Obama. Era la sua faccia da bravo ragazzo, era il suo sguardo sincero e al contempo la sua capacità di promettere il cambiamento con la vivacità oratoria di un predicatore. Un messia borghese, rassicurante e rivoluzionario. Meticcio ma integrato. Un simbolo della nostra epoca. Da ammirare più che da ascoltare.
Già, perché quando Barack parla, la maggior parte degli europei non lo capisce, dei suoi programmi non sa praticamente nulla, come ha sottolineato un giornalista del Daily Telegraph, che ha seguito il discorso di Berlino in mezzo alla gente, accorgendosi che quei duecentomila hanno capito poco più della metà del discorso del candidato democratico. E non a causa di altoparlanti difettosi, ma perché la maggior parte dei presenti sapeva poco o male l’inglese. Certi passaggi, anche salienti, non li hanno proprio capiti.
Che importa, però? La gente non era lì per valutare le sue parole, ma per sognare, per farsi trascinare. Anche noi europei cerchiamo un mito e ancora una volta lo troviamo sull’altra sponda dell’Oceano. Dove sono finiti gli antistatunitensi? Che ne è delle polemiche sullo stile di vita e il consumismo a stelle e strisce? Sì, noi europei siamo più colti e sofisticati, le nostre società più stabili, ma quando cerchiamo un’emozione, quando cresce la voglia di riscatto, come in quest’epoca stagnante e pessimista, guardiamo di nuovo agli Usa. Siamo di nuovo tutti americani, a dispetto del baratro che si è creato nei travagliati anni di Bush. L’America resta per gli europei il Paese della nuova frontiera, dell’ottimismo. È la memoria del dopoguerra che non svanisce. È la potenza di Hollywood che plasma la psiche e i nostri valori, anche quando la Casa Bianca ci fa arrabbiare.
E allora ognuno vede in Obama ciò che preferisce. Per i disoccupati è colui che rilancerà l’economia dando lavoro a tutti; per gli ecologisti quello che salverà il mondo; per la sinistra l’uomo che darà nuovo slancio ai partiti progressisti.
Su un punto gli europei non si sbagliano: con il candidato democratico l’America tornerà ad essere nuovamente un Paese amico, che rispetta gli alleati, li consulta, senza porre diktat del tipo «O con noi o contro di noi». Ma questo è anche l’approccio del candidato repubblicano John McCain e non certo da ieri. Però nessuno lo scrive, perché quel gentile signore con i capelli bianchi non intriga i media e ancora meno le folle.
Sebbene entusiastica, la nostra visione dell’America non è certo equilibrata e in un periodo di bolle speculative, l’infatuazione europea per Obama rischia di rivelarsi un’illusione; perché se si legge con attenzione il discorso di Berlino appare evidente che su molti temi cruciali le sue posizioni sono simili a quelle di Bush. Chiede più truppe in Afghanistan, preconizza un inasprimento della lotta al terrorismo. A Gerusalemme si è schierato perentoriamente a favore di Israele. E in altre occasioni si è detto favorevole alla pena di morte. Quanto all’economia, alzi la mano chi ha capito quali siano le sue ricette.
Non basta parlare bene, non basta promettere la costruzione di nuovi ponti o l’abbattimento di tutti i muri per essere davvero l’Uomo della Provvidenza. Ci vogliono le idee. Anche poche: Reagan ne aveva solo quattro, ma hanno segnato un’epoca. Non è un caso che il tour diplomatico abbia lasciato indifferenti gli elettori americani, che forse iniziano a pretendere da lui qualcosa di diverso: la concretezza.
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