Le mille facce della libertà

Basta un gesto, casuale, banale, per diventare un simbolo di libertà, per scatenare una rivoluzione, per cambiare il destino del mondo. Gli eroi sono quasi sempre anonimi, gente comune, con una storia come tutti che un giorno diventa Storia.

Milano - A volte basta un gesto. Scavalcare un muro o fare le boccacce, sorridere magari, sorridere e basta. Basta un gesto, casuale, banale, per diventare un simbolo di libertà, per scatenare una rivoluzione, per cambiare il destino del mondo. Gli eroi sono quasi sempre anonimi, gente comune, con una storia come tutti che un giorno diventa Storia. Marie-Monique Robin nel suo «Le immagini del secolo» è andata a cercare chi è sopravvissuto al proprio mito, noi gli abbiamo dato una mano a trovarne altri. Per sapere chi sono, che facce hanno, che cosa fanno adesso. Sono lezioni da mandare a memoria. Perché non vogliamo dimenticarci di loro proprio adesso che sappiamo che non li scorderemo mai.

Il caporale che finì il raìs Quando entrò a Bagdad era un caporale del Primo battaglione Tank dei marines, squadra Bravo. Toccò a lui il 9 aprile 2003 salire per primo sulla statua di Saddam Hussein, nel centro di Bagdad, prima che la folla la abbattesse: mise la bandiera americana sul simbolo del regime ed entrò nella storia. Edward Chin aveva 23 anni: «Era la mia prima missione all’estero e credo di aver fatto bene il mio dovere». Congedato da sergente è tornato nella sua Brooklyn con un sogno: «Iscrivermi ad architettura: le case è più divertente costruirle che buttarle giù a cannonate...».

L'ultima fuga per la vittoria Aveva appena 19 anni e il comunismo era la sua fede. Ma quella notte di Ferragosto del 1961 qualcosa cambiò nella sua vita. Per sempre. Konrad Schuman era un Vopo, una guardia della Germania Est che sorvegliava il reticolato della Bernauerstrasse che divideva Berlino in due. «Non mi decidevo a saltare, avevo paura di restare impigliato nei reticolati, che i miei commilitoni mi sparassero addosso. Poi vidi un furgone della polizia con le portiere spalancate: volai...». È diventato amico di Peter Leibing, il fotografo: «È tutto merito suo se sarò per sempre un simbolo della libertà». 

Une fede che brucia Thich Quang Duc quella mattina dell’11 giugno 1963 lasciò il tempio sulle rive del fiume dei Profumi, si mise alla guida della sua Austin bianca e si diresse verso Saigon. Aveva 73 anni, era un monaco buddista e nel baule aveva una tanica di benzina. Si fermò a un incrocio trafficato e si diede fuoco per protestare contro il regime di Diem. Bruciò senza un lamento, senza muovere un muscolo. Ma fece morire il suo nemico. 

A cavallo di due epoche Non abita più a Berlino e si è tagliato i capelli da punk. A cavallo del muro di Berlino, diviso tra ieri e oggi, anche Armin Strauch ha cambiato vita. Ha lasciato gli studi da giardiniere, oggi espone collage. Lassù era salito per gridare «rivoluzione» ai Vopo: «L’avessi fatto la sera prima mi avrebbero ucciso». Ha lasciato la città perché: «A dividere i tedeschi ora c’è un muro invisibile. Sul quale non ti ci puoi sedere sopra...».

La rivolta dei monelli irlandesi Dietro di loro, sulla strada che taglia il cuore di Bogside, il quartiere cattolico di Londonderry, era appena scoppiato l’inferno. Solo qualche giorno prima i soldati britannici avevano ucciso 14 civili durante una manifestazione, gli attacchi dell’Ira si erano intensificati, la repressione di Sua Maestà anche. Era il 1972 e l’Irlanda bruciava, come quella strada, alle spalle di un manipolo di monelli, con la lingua di fuori che prendevano a sassate i soldati. Paul McGinley, il capobanda, è rimasto lo stesso. Con la lingua di un bambino. Ma il cuore di un leone. 

Quel sorriso che si liberò dai burqa Alla caduta del regime talebano erano 700mila in tutto il paese, 80mila nella sola Kabul. Vedove, due volte vittime, perché donne e perché senza più nessuno a occuparsi di loro. Disoccupate perché il regime vietava loro di svolgere un lavoro, costrette a mendicare o a prostituirsi per sopravvivere o per mantenere i loro bambini. Nafeesa è una di loro. L’hanno fotografata così, mentre aspettava la distribuzione di cibo da parte del programma United Nations World Food Program, a Kabul, dicembre 2001, con un sorriso felice, libero, circondato da visi ancora spaventati, nascosti dietro un burqa. Di lei non si sa più nulla. Ma quel sorriso è ancora una luce nel buio.

Due eroi disarmati senza paura «Sparate bastardi, sparatemi al petto se siete uomini...» Il 17 agosto 1968 in Cecoslovacchia tirava aria di rivolta. Le strade erano piene di gente, i soldati sui carri armati non sapevano come reagire alla Primavera di Praga. Fu lì davanti alla facoltà di filosofia che un giovane in tuta da lavoro si piazzò davanti a un T55 e cominciò a gridare. L’uomo si chiamava Emil Gallo, era idraulico comunale. Non spararono. Si sparò lui tre anni dopo lasciando orfani quattro figli. La sua foto invece diventò eterna. Senza volto e senza destino è rimasto invece il ragazzino che in piazza Tienanmen fermò con lo sguardo, armato solo di due borse della spesa, una colonna di carri armati. Dicono si chiamasse Wang Wei Min, 19 anni e fosse figlio di un operaio, per altri invece era un contadino della provincia di Hunan, uno come tanti, ma migliore di tutti. Nessuno lo ha mai visto in faccia, nemmeno il regime. E questo, forse, gli ha salvato la vita.