Le mille stravaganze della pedagogia del futuro

Articolo leggero leggero, perché è agosto, la maggior parte di noi (di voi) è in vacanza, ed è giusto, fra tante notizie serie, leggere qualcosa di meno impegnativo. Ci penserà stasera il telegiornale a pareggiare il conto.
Dunque è agosto, e parlerò di scuola. Tranquilli: non sarà per affliggere studenti, alunni e genitori che si stanno godendo il riposo estivo (bisogna convenire che parlare di scuola è veramente affliggere la gente, visto che in questo settore della vita pubblica non funziona niente), tutt’altro. Commenterò alcune notizie giunte nelle settimane scorse da varie parti del mondo, Italia compresa, e spero che esse vi muovano al sorriso - e perché no?- vi facciano meditare.
Al cimitero non si va solo da protagonisti o da spettatori (cioè da morti o da parenti del morto). Al cimitero si va, o meglio si può andare, anche da studenti e da professori, e tutti in ottima salute. A Kohari, regione dell’India, gli alunni delle elementari studiano nel vecchio camposanto del villaggio, per mancanza di un edificio scolastico. Sono la bellezza di quarant’anni che va avanti questa storia. Gli insegnanti tengono lezione tra cappelle gentilizie, lapidi e monumenti funebri. Non so se si studino i Sepolcri di Foscolo, i Racconti straordinari di Poe, o il Castello d’Otranto di Walpole, ma pare che i bambini si annoino a morte.
Nelle scuole della Gran Bretagna si è sempre fatto uso delle mani, come testimoniano, tra l’altro, alcuni capitoli del Copperfield e del Nickleby di Dickens. Nostalgici di quel tempo, sia Major che Blair hanno cercato di reintrodurre le maniere forti tra i banchi. Però guai se uno studente alza la mano per dire la sua durante la spiegazione del maestro. Una circolare del ministro dell’Istruzione vieta agli alunni di alzare il braccio per intervenire nel discorso del professore, o per rispondere a una sua domanda. Secondo tale ministro, gli «alunni invisibili», e cioè i timidi, sarebbero svantaggiati, al punto da «sviluppare complessi d’inferiorità».
In America un economista ha lanciato questa proposta: pagare gli studenti che conseguono buoni voti. Si va da un minimo di 5 dollari a un massimo di 50. L’idea è piaciuta tantissimo al sindaco di New York, che farà partire l’iniziativa a settembre, e pare piaccia anche a qualche «cervello» italiano (per esempio Fabio Di Tullio, consulente Risorse umane, e docente alla Grande Ecole Escp-Eap) che propone di elevare la cifra a 250 euro (come fossimo più ricchi degli Usa). Un tempo si studiava per compiere il proprio dovere, per una lode scritta si avevano al massimo i complimenti dei genitori, ora si fa (si rischia di fare) tutto per denaro. Se la pedagogia del futuro è questa, stiamo freschi.
Dalla pagella su cui comparivano voti, al portfolio, passando per la scheda di valutazione con profili psicologici. Ma ecco che una maestra di Lecce s’inventa un modo tutto suo di valutare: scrive sulla guancia di un alunno: «Lettura: bravissimo», e i ragazzi, nello scuolabus lo deridono (figuriamoci se avesse avuto scritto «Asino»). Nelle scuole di Lecce si vede (mutande della prof hard) e si legge di tutto.
C’è altro? C’è tant’altro. Ma qualcosa me l’aspetto pure da voi (se no, come impiegherete il tempo libero?). La mia e-mail, come al solito, è in basso.
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