MILLET L’epos del mondo contadino

Lo chiamavano il «Michelangelo dei contadini» per aver dato «forza e grandezza» ai lavoratori della terra e ai mestieri umili. Seminatori, mietitori, spigolatrici pastorelle, burraie e filatrici diventano i nuovi eroi, colti in tutti i momenti del giorno e della notte. E, per questo, molti lo avevano criticato, accusandolo di essere un «socialista e rivoluzionario».
Invece lui, Jean-François Millet, nato nel 1814 a Gruchy, nel comune di Tréville, un angolo del Cotintin, tra Cherbourg e la Hague, e morto a Barbizon nel 1875, il mondo rurale l’aveva nel sangue. Il contadino lo aveva fatto davvero nei poderi di famiglia. Una famiglia benestante e con una certa cultura, ma che non disdegnava che i figli - e lui era il primo di nove - imparassero i lavori dei campi, oltre che un po’ di greco e latino. Del resto in quella Francia di primo Ottocento, postrivoluzionaria e illuminista, la valorizzazione del mondo rurale era un caposaldo della politica sociale ed economica, in parallelo alla nascente industrializzazione. Filosofi, scrittori e letterati vantavano la vita dei campi e gli artisti immortalavano i temi agresti. Un esempio? Un bel dipinto di François-André Vincent, con la Lezione dell’aratore del Muséé des Beaux Arts di Bordeaux, in cui una famigliola assiste alla lezione di aratura al figlio maggiore da parte di un anziano contadino.
Millet non faceva dunque eccezione nella scelta dei soggetti. La straordinarietà stava nel fatto di averne fatto delle vere e proprie icone, di forte impatto e carisma, tanto da influenzare tutta una generazione, Van Gogh compreso. Testimoni, sessanta capolavori, tra dipinti, disegni e pastelli, esposti al Museo di Santa Giulia di Brescia, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston, che possiede la più grande collezione al mondo di opere del pittore francese. Spicca il famoso Seminatore del 1850, modello di quelli che dipingerà trent’anni dopo, con stile molto diverso, Van Gogh. Li potremo ammirare nella stessa Santa Giulia nella mostra in corso «Gauguin/Van Gogh», che riserba un’intera sezione proprio al rapporto tra il pittore olandese e Millet. Cappello calato sugli occhi, piedi fasciati di paglia, gesti decisi, il seminatore di Millet, che procede nella fredda sera gettando col suo forte pugno la sementa nella scura terra, assicurando il pane quotidiano, è un vero gigante. Un simbolo, come i dannati della Sistina, il David, di Michelangelo o la statua greca con l’Apollo del Belvedere. Non si esagera, e molti, tra i contemporanei, avevano capito la grandezza di Millet. Tra le icone, le Piccole pastore, i Mietitori a riposo del 1850-1853, la Filatrice seduta, il contadino Nel vigneto, la Prima lezione di lavoro a maglia, e anche la raffinata natura morta con Pere del 1862-1866. Opere sintetiche, che nulla concedono al sentimentalismo, lasciando tracce sulle generazioni vicine come quella di Van Gogh, ma anche più lontane sino alla prima metà del XX secolo.
La mostra ripercorre tutte le tappe di Millet, non certo facili, dalla prima formazione a Cherbourg allo studio parigino di Paul Delaroche alla ricerca e conquista di un suo mondo “contadino”, trovato a Barbizon, alla svolta verso interessi prevalentemente paesaggistici verso la fine dell’attività. E tutto tra mille traversie famigliari, una moglie morta ventenne, un’altra, altrettanto giovane, madre dei nove figli, che girano con lui per le campagne della Normandia e dei dintorni di Parigi, alla riscoperta del mondo contadino.
All’inizio, Millet, si dedica al ritratto, utile per sbarcare il lunario. L’Autoritratto del 1840 e 1841 rivela il bohémien che studia a Parigi, mentre Madame J.F. Millet (Pauline-Virginie Ono), rappresenta il volto infantile della prima moglie, sposata nel 1841, morta di tisi tre anni dopo. Opere dal colore denso e pastoso che denotano lo studio dei grandi maestri olandesi del Seicento e della pittura francese del Settecento. Ma è col trasferimento, nel 1849, a Barbizon, nella zona di Fontainebleau, che l’attenzione del pittore si focalizza sulla natura, non quella boscosa e vergine di altri illustri colleghi, ma “lavorata”, che gli ricorda il paese natale di Gruchy. Nasce così la serie dei suoi quadri migliori.
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LA MOSTRA
Millet. Sessanta capolavori del Museum of Fine Arts di Boston, Brescia, Museo di Santa Giulia, sino al 19 marzo (catalogo linead’ombralibri)