LA MINACCIA ALLE PORTE

Per aver vietato l’ingresso a quattro iracheni sui quali gravano documentati sospetti di collusione con il terrorismo, il governo italiano è tornato ad essere per la sinistra più o meno servo degli americani, i quali peraltro in questa storia non c’entrano perché se un intervento c’è stato, è stato quello del legittimo governo di Bagdad. E se una legge è stata osservata, è quella che lega i Paesi europei al trattato di Schengen. Ieri dunque il ministro degli esteri Gianfranco Fini ha risposto in maniera ferma agli attacchi delle sinistre e ha ricordato che il signor Ibrahim Al Kubaysi e i suoi amici, in quanto «estremisti non inequivocabilmente ostili al terrorismo» non possono viaggiare in Italia e raggiungere il nuovo e festoso raduno antimperialista a Chianciano. Una posizione netta che ci sembrava nei fatti riecheggiare le parole del Presidente del Senato Marcello Pera a Rimini, quando ha sollevato con coraggio quasi temerario la questione fondamentale della politica: quella dell’identità culturale e della sicurezza sia del territorio che delle persone. Aver bloccato i quattro iracheni attesi ad un raduno antiamericano di Chianciano è stato dunque sì un atto di ordinaria amministrazione, ma anche una procedura condotta senza ipocrisie nel senso della chiarezza. Ed è altrettanto significativo che ancora una volta, come sempre, la sinistra nel suo complesso si trovi se non proprio dalla parte dei terroristi, almeno dalla parte dei sospetti terroristi, sempre in mezzo al guado, un po’ di qua ma fondamentalmente molto più di là, nel solco della tradizione. Ieri, ad esempio, il diessino «liberal» Giuseppe Caldarola avanzava su Internet l’idea fino a poco fa blasfema di candidare l’ex cattivissimo Ariel Sharon per il premio Nobel. Infatti Sharon cessa di essere il mostro (peraltro innocente) delle stragi di Sabra e Chatila nel momento in cui spezza in due il cuore di Israele deportando con la forza i coloni israeliani della Striscia di Gaza. Non vogliamo qui occuparci di quel drammatico ritiro, ma è un fatto che dovunque l’Occidente arretri, la sinistra ritrovi le mani per applaudire. Dove invece l’Occidente (Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e anche Italia) punta i piedi, la sinistra urla e chiede il processo in Parlamento di chi governa per mandato del Parlamento.
Siamo sempre di fronte allo stesso vecchio cliché politico: la sinistra italiana (ed europea) non sa guardare oltre il suo naso antiamericano mantenendo un atteggiamento variamente indulgente con il terrorismo al di là delle parole di pura facciata, obbligatorie dopo l’11 settembre 2001, e resta idealmente e fisicamente presente in tutte le marce della pace. Scriveva George Orwell nel 1945: «I pacifisti attaccano regolarmente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti ma non condannano la violenza in quanto tale: condannano soltanto la violenza usata dai Paesi occidentali quando devono difendersi». E nel 1941 aveva accusato i pacifisti di essere «al lato del nazismo» perché allora come oggi le sinistre attaccavano la democrazia costretta a difendersi a mano armata. Tutto ciò dimostra che su questa questione centrale i partiti di governo hanno la possibilità di sottoporre a un test di affidabilità coloro che come Francesco Rutelli avanzano proposte centriste senza aver detto con chiarezza sostenuta dai fatti in questa guerra da che parte stanno. È su questo tema che si può disarticolare la sgangherata Unione prodiana e far venire alla luce tutte le spaccature che dividono comunisti, margherita e cattolici. La questione è: che cosa fare, concretamente, quando presunti terroristi si presentano alle porte, come agire e come reagire. Questo è il banco di prova su cui il fragile fronte della sinistra può spezzarsi liberando energie riutilizzabili.
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