Mino Milani e l’orgoglio di scrivere in serie «C»

Sorti magnifiche e progressive a base di canali navigabili, di carbone e di telai meccanici del signor Edmund Cartwright. Apoteosi della tecnica a base di altiforni perfezionati da Abrahm Darby, di macchine a vapore assemblate da Watt e di locomotive che portavano a spasso George Stephenson. Questo il cocktail che ci viene normalmente servito parlando della rivoluzione industriale inglese. E certo, per rendercelo un po’ più amaro, da sempre gli storici insistono sulle dure condizioni di lavoro nelle filande e sulle terribili condizioni di vita delle città industriali. E sull’utilizzo di manodopera infantile.
Un nuovo studio, però, appena pubblicato in Inghilterra da Jane Humpries, dell’università di Oxford, potrebbe cambiare radicalmente l’impostazione degli studi. Nel suo saggio Childhood and Child Labour in the British Industrial Revolution, infatti, la ricercatrice presenta nuovi dati: nelle fabbriche della Gran Bretagna i bambini impiegati furono milioni. Ad esempio nel periodo 1791-1820 erano mediamente utilizzati nelle fabbriche 350mila bambini compresi tra i sette e i dieci anni, pari a circa il 15% dei lavoratori. E la maggior parte non veniva pagata: riceveva solo vitto e alloggio. Le percentuali continuarono a salire sino a che nel periodo 1821-50 il 60% dei bambini poveri finì fagocitato dalle aziende.
Come fu possibile? Semplicemente la rivoluzione industriale ebbe tra i suoi primi effetti, secondo la Humpries, di sfasciare le famiglie: i giovani divennero improvvisamente più liberi e indipendenti, e in grado di darsela a gambe lasciandosi dietro mogli abbandonate con nidiate di figli. Così all’inizio dell’Ottocento fino al 18% dei bambini appartenenti alla classe operaia veniva cresciuto solo dalla madre: impensabile nella vecchia Inghilterra agricola. «Questo processo incrementò ulteriormente la pressione sulle madri affinché mandassero i loro bambini a lavorare».
Insomma ce n’è abbastanza perché il saggio di Jane Humpries sia rimbalzato sui quotidiani di Londra, come l’Independent, irritando gli studiosi più tradizionalisti e chi vede nella rivoluzione industriale una meraviglia incruenta: la culla della modernità da contrapporre alle ghigliottine dei francesi. Perché anche prendendo atto che nel libro ci sia una certa volontà di provocazione e che non mancheranno le discussioni metodologiche, certi numeri fanno impressione.