Le minoranze di Francia mandano in tilt i sondaggisti

Per la sua «sondomania», la Francia è stata definita la «Repubblica dei sondaggi». La patria di Cartesio, del resto, ha una grande cultura nel campo delle scienze matematiche e statistiche. Tuttavia, le sei principali società francesi che tastano il polso all’opinione pubblica - Ifop, Sofres, Ipsos, Bva, Louis Harris, Csa - ogni tanto prendono qualche abbaglio. Nel 2002, ad esempio, nessuno previde l’avvento di Le Pen al ballottaggio con Chirac, a spese del candidato socialista Jospin, anche se i sondaggi avevano dato qualche segnale che faceva intuire la discesa di Jospin e l’ascesa di Le Pen. Ma anche alle presidenziali del 1995 ci fu un clamoroso tonfo: i sondaggi, dopo aver attribuito per mesi e mesi un ampio successo al primo turno di Edouard Balladur, all’epoca primo ministro di centrodestra, registrarono sì un sorpasso nelle intenzioni di voto da parte dell’altro candidato del Rpr, cioè Chirac, ma finirono col sopravvalutare in media di ben 5,3 punti percentuali il risultato di quest’ultimo, e indicarono Jospin - poi vincitore del primo turno - come in bilico fra il secondo e il terzo posto. Insomma, un disastro.
E oggi? Il 22 aprile si vota. I sondaggi vedono in testa, praticamente da sempre il gollista Nicholas Sarkozy, mentre la socialista e fascinosa Ségolène Royal insegue e a sua volta è inseguita dal candidato centrista François Bayrou, mentre il leader del Fronte nazionale, Jean-Marie Le Pen, è lì pronto a giocarsi la sua partita. Ce n’è quanto basta per mandare in tilt i sondaggi che per loro natura maneggiano una materia delicata e instabile: le intenzioni di voto. Ma c’è un motivo ben preciso se in Francia i sondaggi vanno presi con molta cautela. Nella patria delle «scienze esatte» è in uso una strana pratica: il cosiddetto «raddrizzamento» dei sondaggi sulla base dei dati elettorali. In parole povere, i sondaggi sono «taroccati».
In uno studio pubblicato da Il Mulino proprio in questi giorni e intitolato I sondaggi nelle democrazie contemporanee, il caso francese è passato sotto la lente di ingrandimento. E non mancano le sorprese. In Francia, infatti, è tuttora presente un fenomeno molto diffuso tempo addietro in Italia: la reticenza sulle intenzioni di voto. In pratica, molti francesi votano per il Fronte nazionale ma non lo dicono. I sondaggisti sono spiazzati da questa reticenza e cercano di prendere le contromisure. Come? «Aggiustando» i sondaggi. Così, se per esempio il 7,5 per cento degli intervistati afferma di aver votato per il Fn alle ultime elezioni, alle quali il partito di Le Pen risulta invece aver ottenuto il 15 per cento dei voti, ai dati «grezzi» saranno aggiunte delle percentuali per rendere il risultato più verosimile. Il voto al Fn viene in sostanza «aggiustato» di 5 o anche 10 punti percentuali.
Se il voto al Fn può essere «più o meno» interpretato con successo, molto più problematico risulta «aggiustare» il voto del Marais, cioè del cosiddetto «ventre molle», il voto degli elettori di centro. Anche questo elettorato dice una cosa e ne fa un’altra, approva la politica di governo ma poi la «sanziona» nelle urne. Ma è difficile capire dove cadrà la «sanzione» che tende a riversarsi in modo «più o meno» proporzionale sulle cosiddette «terze forze». Un grande rompicapo che manda in tilt la «Repubblica dei sondaggi».
desiderio2006@alice.it