«Il mio blues è attualità, non un cimelio»

Il chitarrista che ha reinventato «la musica del diavolo» pubblica l’album «Twenty». Dal 6 luglio in tournée in Italia

Antonio Lodetti

da Londra

Voce baritonale calda e colloquiale, chitarra dal fraseggio ora elegante ora fremente, che pesca nei territori del soul e del pop per infondere nuova linfa vitale all’agonizzante blues degli anni Ottanta. Così Robert Cray si presenta sulla scena internazionale; il bluesman urbano e gentile che, attraverso successi come Bad Influence, Strong Persuader, Don’t Be Afraid of the Dark diventa il cantante nero più innovativo della sua generazione. Troppo commerciale per i puristi, novello Bobby Bland per i fan più integralisti, Cray continua a raccontare - con le sue accattivanti ballate e i sofisticati blues in minore - la cultura popolare afroamericana raccogliendo lungo la strada Grammy e primi posti nelle classifiche specializzate. Ora ci riprova con Twenty, nuovo distillato di sofisticate ballate (con qualche accento rock), che accompagneranno Cray nel tour europeo, con tappe al neonato festival Blues di Marca (nelle Marche il 6 luglio), a Pistoia Blues (il 9) e a Napoli Blues (il 10).
Qualcuno, con espressione colorita, ha scritto che lei è un Dio venuto sulla Terra per salvare il blues.
«Sono semplicemente un ragazzo cresciuto a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Canto ciò che sono; non ho vissuto il dolore dei bluesmen del Sud, ma ho subito l’influenza di Buddy Guy, Jimi Hendrix, Otis Redding, Eric Clapton. Nelle mie storie si specchiano le nuove generazioni».
Con questa filosofia ha fatto breccia anche nel mondo rock.
«Il rock è figlio del blues. Io suono e canto seguendo il richiamo dell’anima ma senza sentimentalismo. Le mie sono storie d’amore e di vita, ben costruite armonicamente ma dai testi molto realisti».
Twenty è un album elegante e tipico del suo stile: qualcuno dice che si ripete troppo.
«Io credo che la mia musica sia molto varia. Brani lenti influenzati dal gospel, qualche blues canonico, alternanza di ritmi, incursioni nel rock e quella ballata che ho inventato rileggendo il soul d’annata. Chi si aspetta che io cambi stile rimarrà deluso».
Che cos’è il blues oggi?
«La capacità di guardare l’attualità e la realtà senza rinnegare il passato. Vuol dire avere un occhio nel passato ma lo sguardo ben piantato nel futuro. Il blues non è un cimelio, è la voce di chi ha un ruolo nella società».
Lei è considerato uno dei grandi della chitarra: chi sono i suoi chitarristi preferiti?
«Quelli con cui ho suonato naturalmente. Buddy Guy e B.B.King sono i maestri. Poi Eric Clapton, sempre in grado di sorprendere. E tra coloro che se ne sono andati rimpiango Albert Collins e Stevie Ray Vaughan».
Adesso girerà l’America e il mondo: non la stanca la vita in tournée?
«I concerti sono l’unica medicina che mi concedo».