«Il mio film sull’11 settembre Ma quello di Vienna del 1683»

Martinelli prepara due pellicole sulla guerra tra Occidente e Islam: una sul religioso Marco d’Aviano che spronò i cristiani contro i turchi, l’altra sui moderni kamikaze

Michele Anselmi

da Roma

Niente battute facili, della serie «Mamma li turchi!». Soprattutto con l'aria che tira verso il Paese di Erdogan dopo i due referendum europei vinti dal no. Ma insomma... Sentite come la pensa il regista Renzo Martinelli, quello di Porzûs, Vajont e Piazza delle Cinque Lune. Ogni film una polemica. «L’origine profonda della rabbia con cui oggi l'Occidente è costretto a confrontarsi nasce l'11 settembre 1683». Sì, avete letto bene. Non l'11 settembre 2001. Lui rimanda a un altro tragico 11 settembre.
Tutto sembrava perso, quel giorno. Trecentomila guerrieri musulmani, capitanati dal gran visir Karà Mustafà, assediavano una Vienna allo stremo. Ma, alle prime luci del giorno successivo, il frate cappuccino Marco da Aviano celebrò la messa su una collina che sovrasta la città, spronando le truppe cristiane guidate dal re polacco Giovanni III Sobieski all'eroica controffensiva che travolse il soverchiante esercito ottomano. L’obiettivo di Maometto IV era di issare il vessillo della mezzaluna su tutte le capitali d'Europa, inclusa la Roma di papa Innocenzo XI. La sconfitta di Vienna fu invece l'inizio di un arretramento storico, vissuto ancora oggi - sostiene il regista - come un affronto da lavare.
La vita di Marco da Aviano diventerà, nelle intenzioni di Martinelli, un kolossal europeo da 40 milioni di euro, sotto un titolo che potrebbe suonare September Eleven. 1683-2001, a scanso di equivoci. L'uomo, lo sapete, pensa in grande. Più che a Le Crociate di Scott, che reputa «una marchetta ben girata all'insegna del politically correct», il cineasta pensa a Giovanna d'Arco di Besson. Non azzarda un «per ribadire le radici giudaico-cristiane dell'Europa», ma poco ci manca. E infatti, da Urbani a Buttiglione, da Alberoni a Veneziani, il progetto sembra aver riscosso incoraggianti adesioni.
«Abbiamo il dovere di raccontare questa storia. Un grande italiano del Seicento salvò l'Europa» scandisce al telefono da Todi l'impegnatissimo regista (ha in mente anche una miniserie su Carnera e un film tv sulla battaglia di Legnano). L'11 luglio, intanto, darà il primo ciak a Il mercante di pietre, thriller targato Medusa con Harvey Keitel, Jane March (ricordate L'amante?) e Murray F. Abraham. Dietro la cornice erotico-avventurosa, si racconta l'infiltrazione in Italia del terrorismo di matrice islamica: il mercante del titolo, infatti, è un imprenditore milanese convertitosi all'Islam: di giorno commercia in pietre preziose, di notte organizza l'addestramento dei futuri kamikaze.
Quasi rubando le parole a un personaggio del film, un inascoltato professore che farà una brutta fine, Martinelli avverte: «Lo scontro tra noi e loro non è militare. È culturale, religioso. Dobbiamo gridare: “Sveglia, Occidente!”. Perché è in atto una Crociata alla rovescia. Una guerra di religione che mira alla conquista del mondo. Mira alla scomparsa della nostra libertà, della nostra civiltà. All'annientamento del nostro modo di vivere e morire».
Insomma, se Il mercante di pietre analizza lo scontro odierno, il film su Marco da Aviano va dritto alle origini di quel conflitto, naturalmente con l'ambizione di fare grande spettacolo, un po' alla Braveheart, tra battaglie, scene di massa, effetti speciali digitali, teste mozzate, impalamenti, cavalli, spade, lance, cannoni e colubrine e via dicendo.
A Pupi Avati con I cavalieri che fecero l'impresa andò malissimo. Martinelli, evidentemente, ritiene di poter maneggiare l'impresa, magari trovando partner all'estero e star di grido. «Sono in trattativa con partner tedeschi e inglesi. RaiCinema è disponibile a entrare nel pacchetto. Confido nell'aiuto del Ministero, dell’Istituto Luce e di un gruppo di industriali. Quaranta milioni sono tanti, ma alla fine li metterò insieme, cascasse il mondo», si sbilancia il regista. Il quale, nella rosea speranza di assicurarsi Jim Caviezel e Samuel L. Jackson per il ruolo dei due antagonisti, Marco e Mustafà, dice d'aver messo a punto buona parte del cast: Keitel sarà il re Sobieski, Joe Pesci l'imperatore Leopoldo I, Mira Sorvino la duchessa di Lorena guarita miracolosamente dal frate, Giancarlo Giannini il religioso padre Cosma, compagno di viaggi e predicazioni. Non basta, anche sul piano della confezione cerca il meglio: «Ho contattato Dante Ferretti per le scenografie, Milena Canonero per i costumi e Dante Spinotti per la fotografia».
Vedremo come andrà a finire. Tra una citazione dello storico Fernand Braudel e una dell'islamista Bernard Lewis, Martinelli insiste sul valore anche simbolico del suo film: «Occhio alle onde lunghe della storia. Le culture non sono eterne. Vanno difese, anche sul piano dei valori. Altrimenti, di fronte alla penetrazione religiosa e demografica, il rischio è di soccombere». Scritto insieme a Carlo Sgorlon, partendo dal romanzo Marco d'Europa, il copione prenderebbe la storia alla lontana, partendo dal 1583, cento anni prima dell'assedio di Vienna, quando la cittadina di Aviano (oggi famosa per la base aerea americana) venne messa a ferro e fuoco dai turchi. L'idea è di ricostruire quasi in parallelo, fino all'inevitabile resa dei conti, le vicende del frate taumaturgo Marco, odiato dai protestanti e allontanato da Luigi XIV, ma assai ascoltato da Leopoldo I d'Asburgo e del condottiero Mustafà, uomo di fiducia del sultano.

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