«Mio nonno cercò invano di dividere Duce e Führer»

Roberto Pirzio-Biroli è uno dei nipoti dell’autore, poi giustiziato, del fallito colpo di Stato in Germania

Maurizio Cabona

da Brazzà (Udine)

Ulrich von Hassell giunse a Roma da ambasciatore prima che Hitler vincesse le elezioni e ci restò fino al 1938, quando un monarchico, ebreo per un quarto, era démodé per rappresentare la Germania. Eppure in lui il patriota prevaleva sull’antinazista: von Hassell era contro l’Asse soprattutto perché lo vedeva velleitario. La fine è nota. Von Hassell cercò d’evitarla, complottando contro Hitler, la cui morte era condizione degli Alleati per trattare. Ma il 20 luglio 1944 - scelto da von Hassell per l’arrivo di Mussolini - Hitler sopravvisse. Non sopravvisse invece al fallimento del colpo di Stato von Hassell, che del governo insurrezionale doveva essere il ministro degli Esteri.
Ci sono giorni sfortunati nella vita di un uomo. Per von Hassell fu l’8 settembre: nel 1914 prese sulla Marna una pallottola nel cuore impossibile da rimuovere; nel 1943 seppe della resa italiana; nel 1944 fu giustiziato. Appesa a ganci di macellaio finiva l’élite lasciata dal Kaiser e cominciava il mito dell’emigrazione interna: chi non era andato in esilio, era diventato resistente. La Repubblica Federale di Germania onora come padri fondatori gli uomini del 20 luglio.
Il cui dramma s’estese ai familiari. La figlia di von Hassell, Fey, lo racconta ne I figli strappati (Edizioni dell’Altana, 2001). Fey von Hassell venne arrestata a Brazzà, nella villa della famiglia del marito, Detalmo Pirzio-Biroli (interpretato da Daniele Pecci), poi sottosegretario nel governo Parri. I figlioletti - Corrado, nato nel 1940; Roberto, nato nel 1942 - le vennero tolti. A ritrovarli nel luglio 1945 fu la nonna materna, Ilse Tirpitz, figlia dell’ammiraglio che aveva creato la flotta tedesca. I bambini erano nell’asilo nido di Wiesenhof-Hall, presso Innsbruck, registrati come «fratelli Vorhof». Scegliendo un nome falso, s’era badato che la prima sillaba cominciasse per «v», come von, e la seconda per «h», come Hassell.
Roberto Pirzio-Biroli è ora un architetto, ideatore di restauri su grande scala: suo quello di Venzone, in Friuli, dopo il terremoto del 1976. Pirzio-Biroli vive nella villa di famiglia a Brazzà. Mi parla nella stessa stanza in cui la madre venne arrestata nel 1944, come parente di un cospiratore: «Ho visto solo frammenti del film, ma Antonia Liskova è riuscitissima nel ruolo di mia madre, con la quale si sente spesso da quando - sul settimanale Chi - ha manifestato l’intenzione di conoscerla. La nostra famiglia non è stata interpellata sulla sceneggiatura. Né la parte ambientata a Brazzà è stata girata qui: la villa del film è una villa di Rovereto; villa Volkonsky di Roma, sede dell’ambasciata tedesca, è stata ricostruita a Barcellona; la scena del treno è stata girata presso Belgrado; qualcos’altro in Romania. Spiace solo che il nome di mia madre sia sempre pronunciato male».
Del nonno von Hassell (interpretato da Michael Mendl), Pirzio-Biroli ha solo i ricordi della madre e del padre Detalmo. «Era un conservatore, come i principali partecipanti al complotto: solo chi era nella cerchia del potere avrebbe potuto cambiarlo. Ma non era solo per le sue mansioni che a Roma, già prima dell’avvento di Hitler, von Hassell frequentava l’aristocrazia antifascista: da Santa Hercolani Borghese a Pasolini dell’Onda, poi Carandini e altri intellettuali. Eppure, quando fu richiamato a Berlino, alla festa d’addio all’ambasciata giunse inatteso proprio il Duce, che entrò e l’abbracciò, sebbene sapesse che aveva organizzato la visita di Hitler a Venezia nel 1934 in modo che le divergenze prevalessero sulle convergenze. Senza Ciano, mio nonno avrebbe distolto il Duce dal Führer».
Stando al Diario segreto di von Hassell (Editori Riuniti, 1996), alla data del 5 dicembre 1943, col senno di poi l’avrebbe preferito anche Hitler. Infatti - scrive l’ex ambasciatore a Roma - «avrebbe detto al generale Toussaint che io ero l’unico ad aver correttamente valutato la situazione in Italia e che, chi mi aveva destituito, andava punito. Cominci a punir se stesso». L’altro da punire, il ministro degli Esteri von Ribbentrop, lo fu, ma non da Hitler: dal tribunale di Norimberga, morendo giustiziato come von Hassell, non dai «suoi», però: dai nemici. Che von Hassell sognava di render amici.